Le linee dunque del vostro discorso del 16 aprile, nelle quali, senza citar date, anzi travolgendole,—dacchè il nome di Ledru-Rollin come membro del Governo indurrebbe a credere che la domanda di cooperazione fosse anteriore all'agosto,—gittate l'oltraggio ai repubblicani, sono a un tempo, o signore, una menzogna, una calunnia e un indegno artificio, che i vostri Deputati, se curassero d'appurare la storia dei tempi, avrebbero dovuto respingere. Il sangue d'un popolo italiano, tradito nel 1848 dalla monarchia, vi comandava di non tornare su quell'argomento. Bastavano per arra di servilità al nuovo vostro alleato la Legge Deforesta, l'oscena caccia data agli esuli italiani sul vostro terreno, e le persecuzioni alla libera stampa.

VI.

Questa vostra nuova alleanza col Bonaparte, alla quale la vostra stampa spianava da qualche tempo la via e che voi avete arditamente confessata negli ultimi vostri discorsi alla Camera e più nei vostri atti, dovrebbe, parmi, aprir gli occhî agli uomini che in buona fede sognano tuttavia iniziatrice della emancipazione italiana la monarchia del Piemonte. E dovrebbe aprirli sul valore del vostro senno politico. Fra i Governi costituzionali e i dispotici, tra l'Inghilterra e l'Impero, voi scegliete di stringervi alla tirannide dell'Impero, e vi stringete ad essa quando appunto essa accenna a rovina.

Non so se gli uomini ai quali alludo si avvedano che l'alleanza col Bonaparte vale inevitabilmente da parte vostra: accettazione dell'assassinio di Roma:—negazione d'ogni unità o unificazione italiana:—negazione di libertà per qualunque parte d'Italia rovesciasse, sotto i vostri auspicî, il suo governo:—patto nefando di promovere la dedizione del sud a un prefetto dell'Impero, Murat, purchè il Bonaparte cooperi a che i dominî del re vostro s'impinguino dei Ducati; dico dei Ducati e non d'altro, perchè le segrete millanterie sul Lombardo-Veneto non sono per voi che artificio di chi chiede il più per ottenere il meno più agevolmente. Nessuno può ragionevolmente supporre che il Bonaparte, senza altro sostegno oggimai che i pretoriani e il clero cattolico, getti disfida mortale a quest'ultimo, assalendo il papato: nessuno, ch'ei possa mai offendere irreconciliabilmente l'orgoglio francese, lasciando che un suo prefetto conceda a Napoli libertà contese alla Francia: nessuno ch'ei, più corrivo di Lamartine, v'ajuti a fondare nel nord dell'Italia un vasto e potente Regno, minaccioso il dì dopo pei dominî ch'egli avrebbe impiantato nel sud. Gli uomini che hanno votato con voi contro la offesa dignità del paese, contro l'indipendenza dei giurati e della stampa, non per sola paura, ma per conquistare alla causa italiana gli ajuti del Bonaparte, hanno tradito, ad un'ora, Italia, logica e senno elementare politico.

Bonaparte tende a impiantare, scimmiottando Napoleone su scala pigmea, la dinastia di Murat in Napoli. Odiatore cupo dell'Inghilterra d'antico, riconcitato ad odio novello dalla civile condotta del popolo che ci porge asilo, e certo di averlo dichiaratamente avverso ai suoi disegni sul mezzogiorno d'Italia, ei cerca prepararsi una diversione contro l'Inghilterra, stringendo un patto segreto con la Russia e suscitando guerra in Oriente; un'altra contro l'Austria, spingendovi, quand'ei faccia, a dimostrazioni che ne tengano a freno gli eserciti. Voi, noncurante d'onore o di patria comune, avete accettato, in qualità di cooperatore, il disegno, perchè ei vi ha promesso di ajutarvi ad ampliare di zona più o meno angusta i dominî di casa Savoja. È questo il segreto della vostra politica d'oggi. Voi lo negherete, come, giovandovi della dimissione di un vostro collega, negaste la verità di un'altra mia accusa, proferita, non contro voi individualmente, ma contro il vostro governo: io lo affermo. Gli uomini che giudicheranno spassionatamente fra voi e me, sanno che i segreti di Stato possono scoprirsi, non documentarsi, e studieranno le prove del vero che io affermo nei menomi atti dello Tsar di Russia, di quello di Francia e di voi.

Ministro di re costituzionale e promotore, per debito al principio che rappresentate, d'interessi dinastici, voi cercate le vostre alleanze esclusivamente fra i despoti. Italiano, e millantatore di concetti emancipatori, voi tradite deliberatamente l'Italia, ripetendo la parte di Lodovico il Moro; chiamando la tirannide straniera al di qua dell'Alpi, e dando assenso a un nuovo dominio e ad una potente influenza, difficile a sradicarsi, dove un Governo aborrito da tutti e logorato da lungo tempo nell'opinione sta per cadere. Uomo di Stato e pensatore politico, voi create al Governo inglese la necessità di accostarsi all'Austria e condannate all'isolamento il Piemonte, il giorno, inevitabile e non lontano, in cui sotto il colpo ardito di un vendicatore, o sotto l'ira oggi visibilmente ridesta della Francia, l'Impero mal sorto cadrà. Inaugurereste, se mai poteste riuscire, la più tremenda guerra civile che mai si sia veduta in Italia. Intanto voi mutilate, per compiacere al despota straniero, le libertà dello Stato: inacerbite, con la persecuzione sistematica ai suoi giornali, i giusti rancori di Genova, e stampate sulla fronte all'unico popolo italiano, che rappresenti in faccia all'Europa il germe del nostro avvenire, la vergogna di un'alleanza con l'uomo che uccise la libertà della propria patria, e fece mietere in Roma il fiore dei nostri giovani. Questi sono, mercè la vostra politica, i risultati di dieci anni di libera vita pel Piemonte, considerato come provincia e, un tempo, come speranza d'Italia!

VII.

Dieci anni di libera vita! Dieci anni di libera parola e di opere libere, coi mezzi, colle forze di un popolo di quasi cinque milioni, razza lenta forse, ma virile e tenace; con un esercito prode, e consacrato dalle prime battaglie per l'indipendenza della Nazione; con un naviglio come il ligure; con la Lombardia e con la Svizzera sulle frontiere; con l'amore, coi voti, col palpito di tutta Italia per voi; con una posizione strategica che non concede intervento sul vostro terreno senza guerra tra l'invasore e le potenze gelose d'equilibrio europeo—e nulla, nulla fuorchè una politica di repressione al di dentro e la vergogna d'una alleanza col parricida di Roma al di fuori! Ah, se voi, ministri di casa Savoja, aveste avuto, non dico scintilla di genio, ma scintilla d'affetto per questa nostra povera Italia, che non avreste potuto fare! Basta per questo intendere che voi, rimasti soli salvi tra le rovine del 1848, eravate chiamati a rappresentare la fede, non di Carlo Alberto—la fede di Carlo Alberto suona ironia—ma dell'Italia; che la fede dell'Italia, repubblicana o monarchica poco monta, è fede, non di miglioramenti progressivi sotto i padroni attuali, ma d'Unità Nazionale, di libertà, di vita propria per migliorare da sè, non a beneplacito altrui: che Unità e Libertà Nazionale non si fondano se non per insurrezione di popolo, per modo collettivo, operoso degli elementi interni, col sangue e col sacrificio degli abitatori del suolo; che legge suprema d'ogni Governo stabilito e di ogni diplomazia, quantunque propizia, è piegare, più o meno rapidamente, davanti al grande fatto d'un popolo che si leva potente e volente, impedirgli di levarsi, finchè può e quanto può; che quindi la vostra politica dovea fondare le sue speranza unicamente sul popolo d'Italia, e sul levarsi simultaneo o speditamente successivo dei popoli che hanno comuni con esso diritti, bisogni, speranze. Bastava intendere che era vostra missione di rappresentare sopra tutto, nei menomi vostri atti, in ogni vostra parola, la moralità della Nazione nascente, vergine d'ogni fallo passato e d'ogni corruttela presente, fidanzata unicamente ai principî che la devono reggere, tanto che Governi e popoli sentissero che una nuova vita chiedeva ammissione fra le vite nazionali d'Europa, che un nuovo elemento di progresso morale chiedeva aggiungersi a quelli che già fermentano in seno all'Umanità. Allora avreste assunto all'interno contegno tale, che, senza metterci a pericolo fuorchè di qualche nota segreta, avrebbe fatto dire a tutta Italia: il Piemonte non è uno Stato definito, limitato, vivente di vita propria; è l'Italia in germe; è la vita Italiana, concentrata a tempo a' piedi delle nostre Alpi: avreste mantenuto una politica d'isolamento guardingo, altero, come di chi presente il futuro e si tiene in serbo per esso, nè accetta contaminarlo di concessioni ad un presente che sa condannato. Avreste detto a quanti esuli ha l'Italia: qui è terra vostra; qui godrete, purchè v'informiate alle leggi, d'ogni diritto di cittadino. Avreste, come si protestava ogni anno nella Francia costituzionale in favore della Polonia, interposto ogni anno protesta pacifica ma solenne contro l'occupazione straniera di Roma. Avreste studiosamente evitato ogni contatto con l'Austria, evitato ogni guerra, ogni lega, ogni protocollo, che dovesse trascinar seco la necessità di porre il nome vostro accanto a quello dell'oppressore del Lombardo-Veneto. Le vostre alleanze sarebbero state coi popoli liberi, con la Svizzera, col Belgio, coll'America, coll'Inghilterra. L'opera segreta dei vostri agenti avrebbe tentato ogni modo per gettare semi di fratellanza futura, e cooperazione pel momento decisivo, cogli Ungheresi, cogli Slavi del Sud, coi Rumeni, coi Greci, con quanti popoli lavorano a svincolare la propria indipendenza nazionale dallo strato sovrapposto d'oppressione straniera. Non avreste accettato di proteggere coll'armi l'integrità impossibile e ingiusta d'un Impero che è l'Austria d'Oriente. Non avreste temperato il vostro linguaggio nelle conferenze, quasi a insegnare ai Governi come possa evitarsi la rivoluzione d'Italia, ma vi sareste limitato ad alzare la voce, in suo nome, narrandone i guaî e accennando alla futura Nazione come al solo inevitabile rimedio. Avreste in somma afferrato ogni opportunità, non per mendicare miglioramenti che sapete di non ottenere, ma per farvi rappresentante del Diritto Italiano; per fare intendere a tutti, amici e nemici, che voi potete obbedire alle circostanze, posar sulle armi e durar pacifici per entro alle vostre frontiere, ma che quelle armi sono italiane, e da consecrarsi, appena sorga un momento propizio, all'Italia. E pel resto, avreste dovuto lasciare far noi; noi che, certi una volta delle vostre intenzioni, avremmo studiato le vie per non porvi a rischio prima del tempo; noi che vi abbiamo più volte offerto, non di rinnegare la nostra fede repubblicana—questo non potevate nè dovevate pretendere—ma d'affratellarci con voi sotto bandiera comune, quella della sovranità nazionale. E a voi, s'anche amavate più la casa di Savoja che non l'Italia, quella profferta dovea sorridere. Voi non potete, senza stoltezza, credere in una serie di principi: noi ci accostiamo rapidamente a tempi, nei quali ogni monarchia sparirà. I vostri affetti devono concentrarsi sul regnante d'oggi. Or la potenza che vi danno le forze che portate sul campo, e l'abitudine inveterata nei popoli di essere e mostrarsi grati anche a scapito della propria salute, v'assicuravano che, serbando a quel re il vanto di aver contribuito con le armi a liberare il paese, voi gli serbavate, se non la corona, la presidenza almeno d'Italia.

Diseredato egualmente di genio e d'amore, voi sceglieste altra via; via funesta egualmente alla nazione e alla dinastia, e indecorosa per voi. Maneggiarvi astuto fra la rivoluzione e i Governi, tanto da reprimere o indugiare la prima, pur parendo promoverla, e accarezzare i secondi finchè durano, pur preparandovi a giovarvi della loro caduta: recitare agli uni la parte di futuro liberatore dalla tirannide, agli altri quella di salvatore dall'anarchia e dalla temuta insurrezione popolare: tenervi amica la Diplomazia, tanto da potere un giorno, ove mai sorgesse il momento di mutare governativamente l'assetto europeo, affacciarle la pergamena della fusione, e tenervi amici creduli i popoli, tanto da poter dir loro quando il gemito dei patimenti si tramuterà in fremito di battaglia—io era dei vostri: cospirare con animo di non far mai, e affliggere di persecuzioni e calunnie qualunque cospiri per fare: impedire le aspirazioni del partito nazionale in Piemonte e confortarle al di fuori: tentare di mantenervi accetto ad un tempo ai tristissimi Governi attuali e ai popoli: è parte, non d'uomo di Stato che intravede l'avvenire e dirige verso quello la vita del paese che regge, ma di politico della giornata, che accetta il presente qual ch'ei si sia, e cerca soltanto apprestarsi a far monopolio dell'avvenire ove, per fatto altrui, sorga propizio: e parte, non d'un Richelieu—profanerei, citandoli, i nomi di Washington e Bolivar—ma d'un ultimo allievo di Mazarino. Ed è la vostra. La politica d'altalena, tradizionale nella casa Savoja, ha trovato in voi l'ottimo degl'interpreti. Ma la dubbia, tentennante, immorale politica dei vostri principi si librava nel passato tra Francia ed Austria, tra Governi e Governi; poteva quindi, giovandosi or dell'uno or dell'altro, carpire ad alleanze o disfatte una frazione di territorio ad arrotondarne i regî dominî; voi siete collocato in oggi tra Governi destinati a cadere e un popolo chiamato a sorgere e farsi Nazione. Il giorno fatale vi troverà senza alleati, e travolgerà nell'onda popolare la vostra politica e la dinastia.