E quando l'Europa ingrata vi pose in fondo, dividendosi le vostre spoglie, il genio Italiano, prima di velarsi per un tempo, gettò dalla sua croce, quasi pegno di ciò che un giorno potrebbe, un Nuovo mondo all'Europa.
Genio, forza, natura bella oltre ogni altra e feconda, concento d'aura e ineffabile sorriso di cieli, Dio tutto vi diede. Perchè non vi diede la Patria? Perchè, mentre ogni abitatore delle terre che inciviliste, interrogato del chi ei si sia, risponde alteramente: sono Francese, sono Inglese, sono Spagnuolo, voi non potete rispondere se non come espressione di desiderio: sono Italiano?
III.
Perchè voi mancaste e mancate tuttora di fede: di fede in voi stessi, nel vostro Diritto, e nella vita collettiva e nella missione della Nazione: Dio visita in voi un'antica colpa dei Padri che finora non cancellaste.
I Padri vostri non ebbero coscienza di Patria. La vita fremente in ciascuno d'essi era tanta, che essi si diedero ad adorarne la potenza incarnata nell'individuo: dissero io, non noi. E disertarono l'altare del Dio di tutti per farsi idolatri, gli uni della loro Città, gli altri della loro Compagnia, altri dell'Arte che li inspirava, altri d'altro: dimentichi tutti della Madre comune.
E perchè ogni vita, comunque potente, incontra, se non si rinnovi al latte della Madre comune che ha nome Patria, la debolezza tra via, alla grandezza d'una città sorse contro nimica la grandezza d'un'altra, alla forza d'una mano di prodi quella d'altra mano di prodi, e all'ardito concetto dell'artefice l'impotenza dei mezzi a tradurlo in atto, i vostri padri, invece di stringersi a concordia e cercar l'incremento della forza di ciascuno nella forza di tutti, pensarono di vincersi gli uni cogli altri procacciandosi l'ajuto dello straniero.
E gli uni chiamarono in ajuto d'oltr'alpe i figli della Germania ed altri i Franchi ed altri gl'Ispani. E taluni, che si dissero Vicarî di Dio sulla terra e furono veramente, negli ultimi seicento anni, Vicarî del Genio del Male, fecero scienza di quel peccato, e divisarono modo per cui due almeno di quei popoli stranieri si trovassero sempre a fronte l'uno dell'altro sulla nostra terra, tanto che nessuno potesse mai riunire in uno le membra sparte d'Italia, ed essi potessero tiranneggiare securi sovra una parte o sull'altra.
E per oltre a trecento anni, divisi in parti nomate di nomi non nostri, i fratelli scannarono i fratelli con lancie e spade straniere. Dio torse allora il suo sguardo da noi e decretò, espiazione al fratricidio, una servitù d'oltre a trecento anni per tutti.
Però che quelle genti straniere, stanche di combattersi, si partirono le terre nostre come i crocefissori le vestimenta di Cristo, e s'assisero dominatrici le une al mezzogiorno, l'altre al settentrione, ed altre sul core d'Italia. E i primi che segnarono il patto nefando furono un Imperatore di quella Casa maledetta in Europa che gli uomini chiamano d'Austria, e uno di quei Vicarî del Genio del Male dei quali fu detto poc'anzi. E lo segnarono sul cadavere d'una delle più generose nostre città, che ultima aveva serbato in Italia la sacra scintilla della libera vita.
Ma quella città aveva, duecento ventotto anni innanzi, condannato all'esilio e alle pene dei malfattori l'uomo il più potente che mai si fosse in Italia per intelletto ed amore, il quale fu il primo Apostolo dell'Unità della Patria e padre di quanti esularono più dopo per essa.