Ma il diritto di lavorare per l'Unità importa diritto di consiglio; e di questo intendiamo usare liberamente quant'altri, come uomini ai quali l'Italia è patria, e che hanno operato costantemente a fondarla.

Non vi è tra noi contesa sul fine dell'oggi; accettiamo tutti il voto della maggioranza; la contesa è sui mezzi di raggiungere sollecitamente l'Unità che tutti vogliamo. Su quel terreno comincia il dissenso. Chi pretende impedirci di esprimerlo è intollerante, esclusivo, settario: continua, con nomi diversi, il sistema dei padroni che i nostri sforzi hanno rovesciato.

Chiediamo libertà per dire, non che la Repubblica è il migliore de' Governi, ma che noi, 25 milioni d'Italiani, dobbiamo essere in casa nostra padroni; che possiamo esser tali se tutti lo vogliamo; che la nostra libertà sta sulla punta delle nostre bajonette e nella ferma determinazione delle anime nostre, non nei consigli o nei cenni di Francia o delle Aule diplomatiche; che volerla far dipendere dal beneplacito di Luigi Napoleone, o d'altri che sia, è un prostituirla, un immiserirla anzi tratto, un metterci a rischio di perderla nuovamente, dichiarandocene immeritevoli.

Chiediamo libertà per dire che, tra il programma di Cavour e quello di Garibaldi, scegliamo il secondo: che senza Roma e Venezia non v'è Italia; che, eccettuata la guerra del 1859, provocata dall'Austria e sostenuta, a prezzo di Nizza e Savoja, dall'armi dell'Impero francese, eccettuata l'invasione delle provincie Romane, provocata da noi, dalla necessità che creammo noi, nessuna iniziativa d'emancipazione Italiana appartiene al programma Cavour; che Roma e Venezia rimarranno schiave dello straniero, se l'insurrezione e la guerra dei volontarî non le conquistano a libertà.

Chiediamo libertà per dire che non si fonda la Patria libera ed una annettendo una od altra provincia al Piemonte; ma confondendo Piemonte e tutte provincie dell'Italia in Roma, che n'è core e centro; che l'annessione immediata delle provincie conquistate a libera vita, ponendole sotto il dominio del programma di Cavour e sottraendole a quello di Garibaldi, arresta il moto, toglie le forze del Paese dalle mani di chi vuole usarne, per darle a chi vuol condannarle all'inerzia, e cancella per un tempo l'idea dominatrice.

Chiediamo questo e non altro. Confutateci, ma non calunniate. Non ripetete sempre, stoltamente o di mala fede, che noi lavoriamo ora per la Repubblica, quando taciamo di Repubblica da due anni. Non v'ostinate a giudicarci senza leggerci. Non ripetete, servi ciechi di ogni gazzetta ministeriale, affermazioni smentite cento volte dai fatti. Non aizzate contro noi perfidamente con la menzogna le passioni di un Popolo che deve a noi in gran parte quanto ei sente, quanto ha conquistato della propria Unità. La menzogna è l'arte dei tristi codardi. La credulità senza esame è abitudine d'idioti.


DICHIARAZIONE

Quando, consumato l'atto antinazionale, che ha nome di Pace di Villafranca, il Popolo d'Italia sottentrò—colle manifestazioni, colle assemblee, coi plebisciti—iniziatore della Rivoluzione Nazionale, e diede opera a fondare la Patria, sentimmo, noi repubblicani, l'obbligo assoluto di contribuirvi con tutte le forze dell'animo e dell'azione. E poi che la maggioranza del Popolo d'Italia, obbedendo alle circostanze e al bisogno che tutti gli elementi si unissero al grande intento, dichiarò che la via più facile a raggiungerlo era l'unificazione monarchica, noi piegammo, dubbiosi dell'esito ma riverenti, la testa alla volontà del Paese, e dicemmo: tenteremo lealmente per la seconda volta l'esperimento. Colla mano sul core noi possiamo affermare che attenemmo la nostra promessa.