Io mi sento, da oggi in poi, libero da ogni vincolo, fuorchè da quelli che m'imporranno l'utile del Paese e la mia coscienza.

Ciò poco monta all'Italia e al Governo. Gli anni, la salute malferma, l'influenza degli ordinamenti, segreti un tempo, cessata naturalmente per la semi-libertà del Paese, che può provvedere da sè ai proprî fati, e altri uomini ben altramente potenti ch'io non sono, sorti nelle file della Nazione, fanno di me un fiacco amico e un più fiacco nemico. La mia dichiarazione non ha quindi altro fine che quello di soddisfare all'anima mia. Sento il bisogno di portarla fino al sepolcro incontaminata, e mi dorrebbe che altri potesse dirmi: Vi credevamo alleato, e nol siete.

Di fronte a un dualismo così chiaramente definito dal Potere attuale, tra il tentativo dei nostri a danno dell'Austria, e la violenta repressione governativa—tra gli uomini coperti di cicatrici colte nelle battaglie dell'Unità Nazionale e gli uomini che li consegnano ai birri e li accusano d'alto tradimento per aver voluto combattere lo straniero e liberare i loro fratelli—tra le aspirazioni della parte migliore del Paese e le fucilate date per unica risposta in Brescia—tra il concetto emancipatore di Garibaldi e il Governo che lo nega, e, non osando imprigionare Garibaldi, lo oltraggia—corre debito, parmi, a ogni uomo che ami l'Italia di scegliere, e pubblicamente.

Prego gli avversarî onesti di non fraintendermi. Non si tratta ora per me di repubblica o monarchia; si tratta d'azione o d'inerzia, di Unità o smembramento, d'avere lo straniero in casa, o di averlo fuori.

Il nostro programma dell'oggi è tuttora quello del 1859. Si compendia in due parole: Venezia e Roma: il braccio d'Italia, il core d'Italia. Soltanto, allora speravamo ottenerle alleate colla monarchia; oggi, esaurita quella speranza, diciamo che cercheremo d'averle soli, por vie nostre, malgrado il Governo, e disposti a combatterlo, ov'esso si ostini in attraversarci la via.

Se gli uomini del Governo, non contenti dell'inadempimento del Dovere, vorranno impedire a noi di compirlo, faremo di conquistare in ogni modo la libertà: se violeranno il diritto delle Associazioni pubbliche a pro di Roma e Venezia, torneremo a stringere le nostre fratellanze segrete; cospireremo. Non rinnegammo il dovere Nazionale davanti all'Austria, non lo rinnegheremo davanti a uomini che han nome Rattazzi, Minghetti o Farini.

Vogliamo Roma e Venezia, perchè in Roma sta il segreto della nostra Unità, in Venezia il disfacimento dell'Impero d'Austria, e la nostra alleanza colle Nazioni sorelle, che assicureranno colla loro esistenza la nostra frontiera dell'Alpi.

Vogliamo Roma e Venezia, perchè in Roma soltanto possiamo avere leggi nuove che ci bisognano, e non un vecchio Statuto Piemontese, ma un Patto Nazionale; perchè in Venezia soltanto può cominciare la missione internazionale d'Italia.

Vogliamo sollecitamente Roma e Venezia, perchè l'interrompimento del nostro moto Nazionale e la condizione provvisoria nella quale versiamo, minacciano la nostra Unità; perchè l'Austria nel Veneto è la congiura perenne dei principi spodestati, la minaccia perenne di subita invasione nel core delle nostre terre; perchè la Francia in Roma è la congiura perenne dei satelliti del Papa e del Borbone di Napoli, la perpetuazione del brigantaggio nelle terre Meridionali; perchè Luigi Napoleone, avverso deliberatamente alla nostra Unità, cospira per trarre alimento dai crescenti malcontenti locali al suo disegno federativo, e il tempo gli giova; perchè ventidue milioni di uomini liberi non possono, senza incancellabile disonore, tollerare ciò che susciterebbe a guerra immediata ogni altra Nazione Europea, che lo straniero accampi tranquillo sul suolo che è loro; perchè ogni uomo imprigionato nel Veneto, ogni uomo scannato dai masnadieri Borbonici nel Napoletano, pesa come un delitto, e dovrebbe pesare come un rimorso, sull'anima della Nazione; perchè, se gli uomini del Governo sono incapaci di vergogna e rimorso, noi non lo siamo.