Per quanto si voglia impedirlo, noi corriamo ad una crisi europea, simile a quella del 1848: sventurata la Spagna e sventurati noi tutti, se le severe lezioni che allora e negli anni seguenti abbiamo ricevute, non ci hanno insegnato ad unire le nostre forze per la prossima lotta! I vostri padri vinsero i Mori, non già dividendosi e questionando tra loro sull'importanza del Cristianesimo e dell'Indipendenza nazionale; li vinsero, perseverando uniti in una lotta eroica di 800 anni, e così ottennero finalmente il loro posto di popolo libero in Europa!

Riunitevi tutti adunque, o credenti nella Libertà e nell'Associazione, contro i Mori moderni, contro i nemici di queste due grandi idee, e sono certo che conquisterete il vostro posto fra gli Stati Uniti, liberi ed associati, d'Europa.

1862.Giuseppe Mazzini.


LETTERE D'UN ESULE


AGLI EDITORI DEL DOVERE.

.... Odo che soldati Italiani s'incamminano alla frontiera. Nel Bergamasco, sui gioghi del Tonale e dello Stelvio, ai passi che guidano al nostro Trentino, occupato anch'oggi dagli Austriaci, scintillano addensate bajonette di bersaglieri, dei bersaglieri che pugnarono e vinsero—al grido di Viva Italia!—le battaglie destinate ad affrancare la Patria dall'Alpi all'Adriatico. Perchè questi moti? Hanno quei che imperano sull'Italia sorgente sentito finalmente il debito loro? Ha la guerra eroica che si combatte contro la prima potenza militare d'Europa da giovani, in campo senza base, senza unità di disegno, senz'ordini e quasi senz'armi, insegnato agli uomini della Monarchia ciò che può chi vuole davvero, e additato ad essi, schiusa senza gravi pericoli di disfatta, la via dell'onore e della salute d'Italia? Hanno quelli uomini che ci susurrano da tre anni all'orecchio: aspettate sei mesi e vedrete—scossi dal grido di quei combattenti, taluni dei quali versarono sangue per la nostra libertà a fianco dei nostri bersaglieri, e che suscitano oggi un entusiasmo promettitore in tutte le frazioni del Partito Nazionale d'Italia—indovinato che il momento è sorto; che, afferrandolo spontanei, possono forse ancora, riaffratellare le moltitudini a una instituzione cadente, che la guerra all'Austria, la guerra pei nostri fratelli Veneti, la guerra per le nostre Alpi, è oggi facile, opportuna, invocata, e collocherebbe d'un balzo l'Italia a capo della guerra delle Nazionalità conculcate? Dite, oh ditemi, saremo redenti? Cancelleremo con battaglie nostre tre anni di meschine incertezze e di concessioni alla Dea Paura? Saluteranno finalmente i poveri Veneti, nei bersaglieri italiani, i loro liberatori?

Il moto Polacco è moto iniziatore di quello d'una intera famiglia Europea; i vostri uomini di governo lo sanno. Il moto Polacco è, non solamente nazionale, ma Slavo. Un'anima sola, un solo pensiero, inspirano il Governo segreto dell'Insurrezione Polacca e la vasta Associazione Terra e Libertà Russa, Pietroburgo e Varsavia. Costringendo i Polacchi all'azione quattro mesi prima del tempo prefisso, scegliendo alla battaglia, ch'ei presentiva inevitabile, il tempo e l'ora, lo Tsar ha potuto scindere la manifestazione del disegno comune, non arrestare il lavoro che si stende rapidamente. E quel lavoro non si limita alla Polonia insorta, alla Russia cospiratrice: abbraccia i Polacchi della Posnania e della Galizia, i Cecki di Boemia e Moravia, gli Slavi Meridionali della Bosnia, dell'Erzegovina, del Montenegro, della Voyvodina serbo-austriaca, della Serbia. E la Serbia, ordinata, armata, presta all'azione, avrebbe seguaci al suo moto quattro milioni di Bulgari. E il moto degli Slavi del Sud trascinerebbe in Tessalia e in Epiro gli Elleni, in Bessarabia e nel Banato i Rumani. E l'Ungheria, Magiara e Slava, non aspetta a levarsi se non un assalto all'Austria, da dove che venga, e l'insurrezione Serba alla propria frontiera. Sono due Imperi, l'Austriaco e il Turco, minati per ogni dove, ribelli in ogni elemento e pendenti da una iniziativa subita, ardita. Or questa iniziativa spetta all'Italia; all'Italia forte di ventidue milioni d'abitanti e verso la quale, per virtù dei fati che sono in essa, si rivolgono le speranze di tutti i Popoli oppressi. Poche navi nell'Adriatico, centomila uomini che movano di fianco al quadrilatero su Venezia, trentamila volontarî cacciati all'Alpi, Garibaldi in lettiga, come il cieco Ziska nelle battaglie degli Ussiti, tra essi, bastano a sommovere tutta quella moltitudine d'elementi, bastano a trasformare la carta d'Europa. La Polonia e l'Italia tengono i due poli d'un asse che si prolunga dal Baltico fino all'Adriatico. E questa nostra Patria, alla quale per essere grande fra tutte non manca se non coscienza delle proprie forze, può, volendo, strozzare in sul nascere, com'Ercole in culla, il serpente del dispotismo europeo. L'Austria lo sa: i vostri uomini di governo lo sanno. L'Austria ha fatto prova di tolleranza verso i Polacchi in Cracovia a impedire, a indugiare almeno il moto in Galizia, e a illuder gli insorti tanto che non escisse da essi una chiamata all'Ungheria e agli Slavi meridionali. I vostri uomini di governo hanno cospirato, a modo loro, e cospirano col principe Michele e coi capi del Montenegro; sanno da essi le condizioni alle quali accenno. Perchè non coglierebbero l'opportunità cacciata loro innanzi dal Partito d'Azione in Polonia? Perchè i battaglioni di fanteria e di bersaglieri ch'essi mandano affrettatamente in Valtellina, a Vestone, a Sarnico, altrove, non avrebbero incarico di piombare sopra un nemico minacciato all'interno su tutta la linea, e d'inalzare la bandiera dell'insurrezione Veneta, e di lavare a un tratto l'onta di Villafranca?