Noi non abbiamo oggi politica internazionale. Manca a chi regge la fede in una norma morale e nel dovere della Nazione che il Governo è chiamato a rappresentare. Questa assenza di fede, questo oblio della missione Italiana nel mondo, ci condannano a vivere nel presente, senza intelletto della nostra tradizione, senza concetto dell'avvenire, prostrati davanti ai fatti e tremanti di essi. Gli organi governativi scrivono articoli a provare che, caduta la potenza francese, unica politica per noi è il non averne alcuna. Così, tra l'Italia sorta a Nazione e il vecchio Ducato di Modena, di Toscana o di Parma non corre divario: ambi deboli, passivi, senza scopo, senza nome tra i popoli, senza voto efficace nel congresso delle Nazioni, senza potenza iniziatrice di civiltà. Ora, un Popolo che non reca, sorgendo, un nuovo elemento di progresso al lavoro comune, una pietra all'edifizio lentamente inalzato dall'Umanità, non ha ragione di vita nè vita: ricadrà inevitabilmente sotto il dominio diretto o indiretto del primo potente che vorrà impadronirsene. Come in ogni consorzio, così nel consorzio internazionale, chi non compie un ufficio, chi non produce, perde il diritto di vivere.

E nondimeno, se v'è popolo che abbia dalla posizione geografica, dalle tradizioni, dalle naturali attitudini, dall'aspettazione vivissima sui primi moti italiani oggi per le ripetute delusioni sopita, degli altri popoli, un grande ufficio da compiere sulle vie dell'incivilimento europeo, è certamente il nostro: se v'è momento in cui un popolo possa, volendo, assumersi un'alta missione e creare a sè stesso un vasto e fecondo avvenire, è questo in cui, smarrita nel moto ascendente delle Nazioni ogni iniziativa, tutti invocano chi raccolga la lampada della vita caduta visibilmente dalle altrui mani e la sollevi a conforto e scorta delle genti travagliate dal dubbio e minacciate dalla invadente tenebra dell'egoismo. Quei che ponevano pochi dì sono la vita per impedir che cadesse, dovrebbero più che altri pensarci.

L'Italia ha evidentemente dalla Storia, dalle condizioni dell'Europa, dai caratteri del suo risorgere, una doppia missione: compiendola, essa si porrebbe a capo d'un'Epoca.

La prima—abolizione del Papato, conquista pel mondo dell'inviolabilità della coscienza umana e sostituzione del dogma del Progresso a quello della caduta e della redenzione per grazia—è missione religiosa della quale ora non intendiamo parlare e da maturarsi a ogni modo, prima che i decreti d'un popolo di credenti non vengano a compirla col pacifico apostolato. Ma la seconda—sviluppo del principio di Nazionalità come regolatore supremo delle relazioni internazionali e pegno sicuro di pace nell'avvenire—è missione politica, connessa intimamente coll'altra, perchè guida a un nuovo riparto Europeo che fu sempre, in tutte le grandi Epoche storiche, preludio a una trasformazione religiosa, e da compirsi coll'influenza morale, appoggiata, occorrendo e sotto il momento propizio, dall'armi.

Nazionalità è infatti la parola vitale dell'Epoca che sta per sorgere. Le guerre combattute in Europa dagli ultimi anni del primo Impero fino a noi originarono quasi tutte da quel principio: suscitate da popoli rivolti a conquistarsi nazionalità o a proteggerla dagli assalti altrui o promosse da monarchie tendenti a impadronirsi di moti nazionali antiveduti inevitabili e sviarli dal segno. I popoli chiamati da tendenze provvidenziali a conglomerarsi per vivere di vita normale e compire liberamente e spontanei un ufficio in Europa sono oggi, i più, smembrati, divisi, servi d'altrui, aggiogati a chi ha fine diverso, separati per opera di violenza da rami della stessa famiglia, deboli quindi e inceppati nei loro moti, nelle loro legittime aspirazioni. L'Europa come escì dalle conquiste e dai trattati dinastici non è l'Europa quale il dito di Dio segnava coi grandi fiumi e colle grandi linee di montagne la divisione del lavoro alle generazioni de' suoi abitanti. E finchè nol sia, la pace che tutti cerchiamo è sogno di menti illogiche che imaginano potersi conquistare senza la Giustizia i suoi frutti. Le Nazioni rappresentano le diverse facoltà umane chiamate a raggiungere associate, non confuse e sommerse l'una nell'altra, il fine comune e hanno eterno il diritto di vivere di vita propria: non si associa chi non vive e non comincia dall'affermare la propria individualità. I panteisti della politica che sconoscono quel diritto e paventano nel principio di nazionalità un germe di gare e guerre continue, dimenticano che le Nazioni non furono sinora libere mai nè fondate sulla coscienza popolare, ma soggiacquero, nella loro vita politica, al monopolio delle famiglie regie e delle avide loro ambizioni: negano il disegno provvidenziale indicato dalle configurazioni geografiche e rivelato dalla Storia; sopprimono i mezzi che fanno possibile il raggiungersi dell'intento; e avvalorano, senza avvedersene, il concetto di monarchia universale che accarezzò nel passato la mente d'ogni regnatore potente e inondò l'Europa di sangue sparso senza santità di sagrificio, nè frutto. Le Nazioni sono unico argine al dispotismo d'un popolo, come la libertà degli individui al dispotismo di un uomo.

Il rimaneggiamento della carta d'Europa è nei fati dell'Epoca e si compirà attraverso una serie di battaglie inevitabili. Ma la Nazione che si farà, con saviezza d'intelletto ed energia di volontà, centro del moto, accorcierà quella serie fatale e sarà per molti secoli iniziatrice di progresso all'Umanità.

Là, nel pensiero che agita in oggi prima d'ogni altro le menti europee, sta la base della vera vita internazionale d'Italia. Da esso deve inspirarsi nella scelta delle sue alleanze. Il suo luogo è a capo delle Nazioni che sorgono, non alla coda delle Nazioni che da lungo sono e accennano a declinare.

L'Italia è un fatto nuovo, un Popolo nuovo, una vita che jeri non era: non ha legami fuorchè i voluti dalla Legge Morale, sovrana su tutte le Nazioni, giovani o antiche: non fa parte nei trattati dinastici anteriori al suo nascere, nè è quindi vincolata da essi, quando non consuonino colle norme del Giusto e dell'eterno Diritto. Dovrebbe dirlo altamente e operare liberamente a seconda. La tradizione è santa e dobbiamo rispettarla; ma, come in religione non è Tradizione quella d'una sola chiesa o d'un'epoca sola, ma quella dell'Umanità che le abbraccia, le domina e le spiega tutte, la tradizione politica non è tutto il passato, è quella parte di passato soltanto che interpreta la Legge Morale e segna la via che guida al Progresso: è la tradizione nel Bene, non quella che si svia nel Male e che, accettata, tenderebbe a perpetuarlo. E un Popolo che sorge a Nazione ha non solamente il dovere di respingere da sè le colpe dei padri, ma una splendida opportunità per compirlo. Ogni nuova vita è pura. Dio non la dà perchè s'insozzi del fango accumulato dalle vite corrotte anteriori.

L'Italia, se intende ad essere grande, prospera e potente davvero, deve incarnare in sè questo concetto del riparto d'Europa a seconda delle tendenze naturali e della missione dei popoli. Essa deve piantare risolutamente sulle sue frontiere una bandiera che dica ai popoli: Libertà, Nazionalità, e informare a quel fine ogni atto della sua vita internazionale.

È la nostra terza missione nel mondo. La Roma dei Cesari involò alla Repubblica il concetto dell'Unità politica, e quanto e dove era allora possibile, lo tradusse in fatto coll'armi delle Legioni: la Roma dei Papi tentò il concetto dell'Unità morale e riescì in parte colla parola de' suoi sacerdoti e de' suoi credenti; ma l'una e l'altra non riconobbero—nè lo potevano allora—il moto collettivo provvidenziale delle Nazioni, non videro nel mondo che la propria potenza, e gli individui umani che dovevano subirla non ebbero intermediarî cooperatori tra sè e il fine proposto e non trovarono quindi stromento a raggiungerlo fuorchè quello dell'autorità assoluta dispotica sui corpi e sull'anima. La Roma del Popolo, della Nazione Italiana, credente nel Progresso, nella vita collettiva dell'Umanità e nella divisione del lavoro tra le Nazioni, deve affratellarle all'impresa: guidatrice e soccorritrice.