Ma unitevi compatti, serrati, ordinati a modo d'esercito. Oggi nol siete. Le vostre società sono moralmente collegate dalle comuni tendenze; ma nessuna ha mandato per parlare, se non nel proprio nome, nessuna può far suonare davanti al paese la voce di tutta la Classe artigiana a esprimerne bisogni e voti, nessuna può dire autorevolmente: questo vogliono, questo respingono gli operaî d'Italia. Voi avete unità di fine, non d'azione e di metodo. Senza un Patto di fratellanza, senza un Centro direttivo, voi non potete acquistare nè infondere in altri coscienza della forza ch'è in voi: non potete ordinare e pubblicare una statistica dei mali che affliggono la vostra classe: non potete dar vigore d'uniformità o di periodicità all'indicazione degli opportuni rimedî.
Queste cose io vi dissi pochi anni addietro; e voi le accoglieste convinti. Un Patto fu steso e accettato dalla maggioranza delle società in uno dei vostri Congressi. Ma per un errore commesso nella formazione dell'Autorità direttiva, quel Patto rimase lettera morta, inutile, dimenticato. Perchè non date opera a ravvivarlo, a ridare, con più saggi provvedimenti, vigore a quel moto di concentramento oggi più che mai urgente? E perchè volete, voi, elemento nuovo che sorge, nè può arrestarsi senza retrocedere, far vostra la colpa frequente pur troppo in Italia del dire e non fare?
Roma, la Città madre, è oggi nostra; ma nostra a mezzo, nostra materialmente soltanto; e incombe a noi tutti di versare in essa l'anima della Patria e da essa ricevere la consecrazione alla via che dobbiamo correre perchè si compiano i vostri fati e una manifestazione potente della Vita Italiana faccia santa e feconda l'unione. Perchè non v'affrettate a raccogliervi in Roma a Congresso e attingervi nuovo battesimo alla vostra Fratellanza? Forse, oltre all'immenso vantaggio per voi, ricordereste coll'esempio e quasi iniziatori all'Italia che da Roma deve escire un altro e più largo Patto, il Patto Nazionale, definizione della nostra vita avvenire, senza il quale Roma e l'Italia son vuoti nomi.
IL MOTO DELLE CLASSI ARTIGIANE
E IL CONGRESSO [166].
Abbiamo combattuto e combatteremo i traviamenti e peggio della Internazionale e de' suoi copisti in Italia; ma perchè, oltre all'amore innato del Vero e del Bene, ci sprona il convincimento ch'essi falsano il moto operajo e ne indugiano il giusto trionfo. Il moto ascendente delle classi artigiane costituisce uno dei principali caratteri dell'Epoca nuova che invochiamo e alla quale cerchiamo una iniziativa in Italia perchè non è da trovarsi altrove. Noi non aspettammo per dichiararlo le inattendibili promesse dei socialisti francesi o le selvaggie ire odiatrici, e per questo impotenti al bene, dell'Associazione che ha centro in Londra. Dal primo impianto della Giovine Italia fino alle nostre ultime manifestazioni, la causa degli Operaî fu nostra e la immedesimammo col moto nazionale italiano. Attraverso ormai quaranta anni d'apostolato insistemmo a ripetere che una Rivoluzione non è legittima ne può esser durevole se non congiunge la questione sociale colla politica, se non trasforma sulla via del Progresso e nei limiti del possibile l'ordinamento economico, se non migliora, senza danno o ingiuria ad altrui, le condizioni del lavoro, dei produttori. Proponemmo come mezzi transitorî l'educazione Nazionale uniforme; instituzioni capaci di prevenire ogni esempio di corruzione che venga dall'alto; un sistema economico fondato sul risparmio, sull'aumento delle sorgenti di produzione, sull'appropriazione di parte del danaro pubblico e dei beni da incamerarsi ai bisogni degli operaî industriali e agricoli; un ordinamento di tributi che non graviti direttamente o indirettamente sul necessario alla vita; imprese nazionali dirette a conquistare alla produzione i quattro milioni d'ettari di terra italiana oggi incolta, a creare colle colonizzazioni volontarie una nuova classe di piccoli proprietarî e dare al paese le forze produttrici ch'oggi emigrano in cerca di lavoro a lontani lidi stranieri; e additammo ultima soluzione del problema da conquistarsi lentamente, progressivamente, liberamente, la sostituzione del sistema d'associazione del capitale e del lavoro e dell'equa partecipazione di tutti i produttori ai frutti del lavoro, all'attuale sistema del salario. Ajutammo come era in noi—e gli operaî, che non sono sofisti nè ingrati, non lo dimenticano—l'impianto delle società di mutuo soccorso, preludio a quelle di cooperazione. Tentammo di far intendere alla classi medie che il moto operajo non era sommossa sterile e passeggiera, ma cominciamento d'una Rivoluzione provvidenziale voluta dalla progressione storica che governa la vita e l'educazione dell'Umanità—che associazione era il termine elaborato dall'Epoca nuova e da aggiungersi, in tutte le manifestazioni della vita, ai termini libertà ed eguaglianza già conquistati dall'umano intelletto—che tra noi quel moto e quel termine erano a un tempo, dacchè ogni Epoca chiama, sorgendo, ad attività un nuovo elemento, pegno del nostro esser chiamati a farci Nazione e d'un vincolo d'alleanza che si porrebbe presto o tardi fra le Nazioni ordinate a vita di popolo—ma che quel moto salutato, ajutato fraternamente dall'altre classi con atti d'apostolato simili ai nostri, si serberebbe incontaminato d'errori funesti e di basse passioni e frutterebbe a quanti ordini di cittadini vivono sulla nostra terra; combattuto colla violenza, tormentato di diffidenze o abbandonato da una colpevole noncuranza all'isolamento, si svierebbe facilmente a torti pensieri e accoglierebbe, invece della nostra severa parola Dovere, le promettitrici parole dei primi demagoghi cupidi, anelanti vendetta o vogliosi d'erigersi sui bisogni reali degli Operaî un seggio di dominazione.
Non fummo ascoltati.
I Governi senza missione che tennero dal 1815 in poi un potere fondato sul privilegio durarono paghi a vietare e reprimere. Le classi medie non guardarono al moto o guardarono con sospetto. Gli economisti officiali seguirono a dire che la libertà finirebbe per sanare ogni piaga, come se tra chi propone patti giusti o ingiusti di lavoro e chi è costretto dal bisogno d'oggi o del dì dopo ad accettare potesse mai esistere libertà di contratto. I cattolici additarono a chi soffriva il cielo, come se non dovessimo meritarlo colle opere nostre qui sulla terra e si trattasse unicamente del nostro, non dell'altrui soffrire. Taluni fra i migliori s'illusero a potere risolvere un grande problema sociale insegnando agli Operaî le grette egoistiche avvertenze di Franklin sul modo di salvare di giorno in giorno pochi centesimi o fondando, come se tutta una classe potesse salire ed emanciparsi colla elemosina, qualche istituto di beneficenza.
L'Internazionale è il frutto inevitabile della repressione governativa e della noncuranza delle classi educate e più favorite dalla fortuna.