«La prima doveva uscire da Porta Cavalleggieri, prendere per punto di direzione il Canale di Pio V, e portarsi a ridosso di Villa Pamfili, cercando penetrarvi.

«Tre brigate l'avrebbero seguita a giusta distanza; ma, giunte alla svolta, propriamente all'altura dell'angolo di Villa Pamfili, dovevano far alto e porsi per massa in battaglia, parallelamente e di fronte alla strada dei Tiradiavoli, dalla quale erano separati dai monti della Creta; quindi, cominciando il movimento dalla diritta, marciare in iscaglioni per assalire la detta Villa, non dovendo percorrere che uno spazio di circa 1200 metri. L'artiglieria doveva prendere posizione sopra una delle più vantaggiose elevazioni; e la quinta brigata, marciando lungo la base del triangolo, avrebbe occupato tutte le casette e giardini sgombri affatto dal nemico, assicurando la sinistra della linea. Guadagnata Villa Pamfili, era girata la prima parallela, e per conseguenza tutti i lavori sarebbero stati presi da rovescio, e con tale manovra si poteva anche accollare al fiume il campo nemico.

«La marcia doveva principiare due ore prima del giorno... Tutto era pronto e non restava che spedire gli ordini.»

Del come l'operazione fosse strozzata in sul nascere, non importa qui favellare: chi vuole può rintracciarlo nel lavoro sopra citato, Fascicolo VI dell'Italia del Popolo.

Roma cadde; infamia eterna all'assalitore; ai Governi che, intitolandosi pure Italiani, non protestarono allora, nè protestano oggi, contro l'oltraggio straniero; e agli ipocriti per codardia, che inalzano un guaito di servi contro chi tenta frapporsi tra l'oppressore e gli oppressi, mentre taciono davanti all'assassinio, che ancor dura, d'un popolo. Roselli, generale in capo dell'armi repubblicane e uomo degno di tempi migliori, diede, protestando, la sua dimissione e quella di pressochè tutti gli ufficiali del piccolo esercito; Pisacane la diede con essi, e ripigliò le vie dell'esilio.

Ci ricongiungemmo a Losanna dove io lo vedeva ogni giorno, sereno, sorridente nella povertà, com'io l'aveva veduto in mezzo ai pericoli. Fondai allora l'Italia del Popolo, raccolta periodica di scritti politici; ed egli v'inserì uno scritto sulla Guerra Italiana; alcuni Pensieri, notevolissimi, sulla Scienza della guerra; una eccellente Relazione storica delle operazioni militari eseguite dalla Repubblica Romana; una serie di Osservazioni sulla Relazione scritta dal generale Bava della Campagna di Lombardia:—lavori che dovrebbero raccogliersi in un volume[115]. Poi, spronato dalla necessità d'una occupazione utile, impossibile nella Svizzera, partì per Londra, dove visse otto mesi, ajutandosi di qualche lezione di lingua; quindi ripartì per l'Italia, dove io lo rividi nel 1857.

In questa sua vita errante, egli aveva un conforto. La maledizione del vae soli non si adempiva per lui. Unico raggio ai giorni di chi cerca patria e non l'ha, gli era compagno un amore nato fino dal 1830; infelice, pur costante per diciassette anni; ricambiato apertamente e con rara e lieta fedeltà dopo quel tempo e sino agli ultimi giorni. Dal 1847 in poi, la donna del suo core lo seguiva e gli accarezzava della suprema carezza l'incerta vita. È storia d'amore questa che rivelerebbe, s'io la raccontassi, come all'indomita energia, di ch'ei fece prova, s'accoppiassero in Pisacane una potenza singolare d'affetto e un sentire delicato, raro a trovarsi, e che onorerebbe ad un tempo l'anima sua. Ma non mi sento il diritto di sollevar quel velo che parmi debba quasi sempre lasciarsi sospeso tra i più e il santuario delle vita individuale. Dirò soltanto che quell'amore, mercè le nobili aspirazioni della donna, non infiacchì mai l'anima dell'amico, non si trovò mai a contrasto coll'adempimento de' suoi doveri, e gli accrebbe forza a lietamente compirli. Fu l'amore delle epoche di credenza, l'amore che ritempra l'animo a grandi cose, e tradizionale, più che altrove, in Italia, prima che noi ci facessimo, come nell'ultimo mezzo secolo, imitatori servili—salve le eccezioni—delle idee e delle foggie straniere.

Da Genova, dov'ei rimase per due anni celatamente, poi tollerato, ei mantenne corrispondenza con me; corrispondenza liberamente fraterna, come dovrebbe correre fra uomini che sentono la propria dignità, e onorano anzi tutto il Vero, ma intendono la suprema necessità d'unità del Partito, e non si allontanano, per dissidî o vanità individuali, dal terreno comune, conquistato coll'opera di tutti. E noi dissentivamo su parecchî punti; sulle idee religiose, ch'ei non guardava—errore comune ai più—se non attraverso le credenze consunte e perciò tiranniche e corrotte dell'oggi; sul così detto socialismo, che riducevasi a una mera questione di parole, dacchè i sistemi esclusivi, assurdi, immorali delle sètte francesi erano ad uno ad uno da lui respinti; e sulla vasta idea sociale, fatta oggimai inseparabile in tutte le menti d'Europa dal moto politico, io andava forse più in là di lui; sopra una o due cose delle minori, spettanti all'ordinamento della futura milizia; e talora sul modo d'intendere l'obbligo che abbiamo tutti di serbar fede al Vero[116].

Ma il differire di tempo in tempo sui modi d'antiveder l'avvenire, non ci toglieva d'esser intesi sulle condizioni presenti e sulla scelta dei rimedî. Pisacane sapeva che tra le sue opinioni e le mie sarebbe sempre giudice supremo l'arbitrio della Nazione, alla cui Sovranità io avrei sempre piegato riverente il capo: io sapeva che ogni qualvolta avessi potuto additargli una via di libertà o d'onore al Paese, l'avrei trovato pronto a cacciarvisi. Però duravamo amici, benchè talora discordi. Se tutti sentissero a un modo come, sopra una terra oppressa e disonorata, davanti all'insulto perenne di chi ci nega Patria, libertà, dignità d'uomini e vita e bandiera ed ogni cosa ch'è santa e cara, il richiamarsi a piccole gare e lagnanze individuali, per giustificare l'isolamento e la inerzia, sia colpa a un tempo e meschinità, noi saremmo compatti come Legione, e concordemente operosi e potenti e liberi forse a quest'ora.

Pisacane credeva, com'io credo, nel dovere e nella potenza educatrice dell'Azione; credeva che dalle vittorie popolari del 1848-49 in poi non fosse più concesso, senza sofisma o innata viltà, ciarlare dei tempi immaturi, di popolo da educarsi. Quel popolo, ch'altri giudica senza curar di conoscerlo, ei lo aveva studiato e lo studiava dappresso, convivendo famigliarmente con esso e ajutandone l'ordinamento; e lo sapeva capace d'emancipare la propria terra, se guidato da capi che vogliano e sappiano. Credeva con me che una splendida vittoria basterebbe a risuscitarlo da un capo all'altro d'Italia; e non sentiva così bassamente della nostra terra da dichiararla diseredata d'iniziativa, e commetterne i fati a una vittoria straniera: vergogna senza nome, che alligna tuttavia in molto anime, e le accusa di servilità e di mentito o tiepido amore alla Patria. Pisacane non dimenticava che le insurrezioni d'Europa aveano, nel 1848, seguìto, non preceduto l'insurrezione della Sicilia; avea veduto i vecchî soldati Austriaci fuggire davanti ai giovani volontarî Lombardi, e le temute insegne francesi dar volta davanti ai militi improvvisati della Repubblica appiè delle mura di Roma. Ei raccoglieva insieme a me dall'attenzione di tutta Europa, or volta su noi, dai vincoli che inanellano tutte le cause nazionali, dai terrori, dalle cure gelose dei Governi risolutamente avversi, e dalle speranze ipocritamente date dai Governi codardamente ambiziosi, che qui, sul nostro terreno, premio del martirio generosamente affrontato per lunghi anni dai nostri migliori, sta oggimai la potenza iniziatrice delle battaglie nazionali. E ripeteva spesso a ogni modo con me che, o le nostre moltitudini non erano preparate alla lotta suprema, e bisognava educarle con forti fatti, o lo erano, e bisognava guidarle. A questo dilemma non abbiamo mai, nè egli nè io, trovato risposta chiara da quei che dissentono; ben egli ed io abbiamo incontrato sovente diserzioni mute e doloroso abbandono dove meno l'aspettavamo. Se non che vi sono uomini ai quali è impossibile tradire il proprio dovere perchè altri tradisce il suo: ed egli era tale. Però studiando, scrivendo, e vivendo con povertà lieta su qualche lezione di matematica, fissava l'occhio voglioso su qualunque angolo della Penisola rivelasse indizio di vita; tendeva intento l'orecchio, presto a seguirla, ad ogni chiamata.