In San Marco un sacerdote chiamato Muglia diceva Messa in una Chiesa della campagna in tempo di nutricato; in quel tempo due femine in cambio di stare attente a quel tremendo Sagrificio discorrevano tra di loro del nutricato, e facevano le loro querele, che il verme non mostrava fruttare. Egli, doppochè intese molti lamenti, si voltò dall'altare doppoche erano cominciate l'Orazioni segrete, e disse loro: Non vi maravigliati nò: ancora lu miu vermu ristan cu la spoghia a lu culu.

12.

Lo stesso Muglia si trovava un giorno vestito a Messa nella sagrestia ch'aspettava ch'entrasse un altro Sac.te che diceva Messa per poter uscire a dir la sua. Fratanto due sac.ti conoscendo l'ignoranza e la semplicità del Muglia, si raccapricciarono a far celebrare la Messa, e farle recitare nella Messa di Requiem al sudetto Muglia il Gloria e Credo. Pertanto finse uno di domandare all'altro se v'era Gloria e Credo in quella mattina nella Messa. «Non Signore, rispondeva l'altro, perchè nella Messa di Requie non v'è Gloria e Credo.» Sì, ripigliava l'altro, che nella Messa de' Santi dottori entrava la Gloria e Credo. Or il defonto per cui si celebrava, era stato dottor di Legge; gli toccava questo privileggio. Stava il Muglia a questo gran dubbio coll'orecchio attentissimo, e mostrava di sciogliere il gran dubbio. Quello ch'avea detto, che non toccava a dirsi la Gloria e Credo, mostrò di lasciarsi convincere, e rispose: Aviti ragiuni: non avia fattu riflessioni, chi lu mortu era Dutturi: ci tocca certa lu Credu e la Gloria. Intanto venne l'ora d'uscire il Muglia in Chiesa, per dir la sua Messa. Doppo il Khirie dice intrepidamente la Gloria, e doppo l'Evangelio il Credo, e quelli due furono truffatori nell'ingannarlo, spettatori nell'udirlo, e poi derisori nel beffeggiarlo.

13.

Non saprei in qual città o terra della Sicilia, cantandosi la Messa votiva de Passione Domini, il Suddiacono sprovisto di quello che doveva cantare, non s'era accorto, che il titolo della sua lezione era guasto, per un buco che v'era nella carta del Missale. Sicchè si leggeva bene: Lectio Hieremiæ Prophetæ, mancando della parola Prophetæ la prima sillaba Pro. Incominciò dunque la lezione con voce utentica, e disse così: Lectio Hieremiæ, c'è un pirtusu, e fete. Quali risa si sollevassero in tall'occasione, meglio è supporle che descriverle.

14.

In Aci Catena[29] v'era mansionario di quella colleggiata il sac.te D. Ignazio Quattr'occhi, al quale toccò una mattina dire l'ultima Messa. La sua madre avea posto in ordine per il pranzo del figlio un bel piccione; mà, non sapendo come lo volesse apparecchiato, spedì un suo nipotino alla Chiesa per domandare allo zio in qual maniera gustasse il piccione. Arrivato alla Chiesa trova in sull'altare lo zio giunto al Domine non sum dignus della sua Messa; e senza abbadare il ragazzino al tremendo misterio, accostasi tutto premura all'altare dicendo: Ziu, ziu, la nonna voli sapiri comu vuliti lu picciuni: si bughiutu, o arrustutu? Il Sac.te stava dicendo la seconda o la terza volta: Domine non sum dignus, [e] rispose: Arrustutu, prosequendo: ut intres sub tectum meum. Fu tanto celebre questo successo, che quando fui la seconda volta in Aci Catena, non solo me lo raccontarono i migliori gentil'uomini di quel paese; ma lo stesso D. Ignazio mel confirmò.

15.

D. Isidoro Lo Proto della Terra di Maletto[30], già morto in Bronte, ove solea abitare nel 1727 in circa. Quest'uomo fù un uomo da bene; mà tanto effeminato, che filava, tesseva, e s'impiegava nelle faccende proprie delle donne, qual'erano lo allievar galline, aver cura di pulcini, trattandoli delle maniere proprie donnesche; ed anche la voce sua s'assomigliava a quella delle donne; era ancora d'intendimento corto come le donne. Gli venne in testa di farsi ministro ne' sagri altari, e già n'andò in Messina per il Suddiaconato; mà essendo egli molto scarso di lettere, fù subito riprovato: non perciò disanimossi, mà tornando all'altra ordinazione in Messina con un carico di presciutti per regalarlo a chi potea promoverlo, ottenne l'intento di entrare negl'ordini sagri. Tornato al paese, e addimandato se fosse stato ordinato, rispose che se avesse portato più presciutti, avrebbe fatto ordinare il somaro che l'avea portato in Messina. Morì un giorno la sua madre; egli, mentre il cadavere della defonta era attorniato di donne, che, secondo il costume antico, tenevano il lutto con lamentazioni e con lagrime; situossi in mezzo ad esse con una tovaglia negra sul capo, dando in gridi e gemiti più dell'altre femine. Costume questo che osservollo nell'altre morti di altre sue congionti. Or questi arrivato già al sacerdozio, coll'uso del dir la Messa erano tante le smozzicature e li salti che non arrivava alla decima parte quella Messa che diceva. Soleva servirlo a Messa il chierico D. Mario Schillerò, che s'era tant'imprattichito della Messa del Proto, che anche dormendo ve la recitava. Io in sentirla lo pregai che me la scrivesse, e quello mi compiacque, ed è tale quale quì la trascrivo.