La gente però, non guardando a certi battesimi officiali, consacrava, salvo rari casi, quelli da essa originariamente creati per circostanze di tempo e di luogo. [pg!10] Laonde la via Macqueda diceva e dice Strada nuova, quasi per distinguerla dalla vecchia, che per antonomasia è sempre il Cassaro; piazza Vigliena, le Quattro Cantoniere; piazza Caracciolo, il Garraffello; la strada Colonna, Marina; la Villa Giulia, Flora; la via Albuquerque, strada Cappuccini ecc. Un giorno del 1822 il viaggiatore tedesco Tommasini, montando sopra una carrozzella, ordinava al cocchiere che lo conducesse a via Toledo, ed il cocchiere, senza tanti complimenti gli rispondeva: Niente via Toledo; niente via Toledo; si chiama Cassaro.

Come allora così anche adesso la città chiusa era divisa in quattro rioni o quartieri: Albergaria, Siralcadi (Monte Pietà), Kalsa (Tribunali), Loggia (Castellammare), il più piccolo tra' quattro rioni. Con uno sforzo di fantasia archeologica questi si volevano considerare come altrettante città, divise dal Cassaro e dalla Strada nuova ed abbracciantisi in naturale amplesso alle Quattro Cantoniere, dette di Palermo per distinguersi da quelle di campagna, ribattezzate or non è guari, al chiudersi dell'ottocento, piazza Regalmici per quell'Antonino Talamanca-La Grua, marchese di Regalmici, che ne fu l'ardito autore, e che ora si presta a certi bisticci della cittadinanza palermitana, contrariata dal recente titolo sostituito al primitivo.

Questo Pretore (giacchè il Talamanca-La Grua fu uno dei più rinomati Pretori di Palermo), agitato dal desiderio incessante di nobilitare la città, non si dava riposo: ed ora con un disegno, ora con un altro, ordinava il lastricamento della Strada nuova, dal palazzo Castelluzzo in sopra; ed il prolungamento della via fuori [pg!11] la porta Macqueda fino al Firriato di Villafranca (cominciamento di via Libertà). Forte del sostegno del Vicerè, moltiplicava la sua energia: e in un giorno faceva man bassa sopra tutto un giardino e sopra una casa, costringendo le monache delle Stimmate a rifare sul modello di porta Felice porta Macqueda, fino allora piccola quanto S. Agata; abbatteva le principali tettoie (pinnati) delle botteghe, le quali toglievano ai cittadini agio di passare ed a chi vi entrava, aria e luce; accorciava i banchi sporgenti dagli usci dei venditori; costruiva selciati dove non ve ne fossero, ne ricostruiva, anche a spese dei privati, dove fossero già sciupati.

Non basta: tracciava la via oggi detta Stabile, e fino al 1860 Ciccu di Palermu, e lasciando ai Quattro Canti da lui formati due lapidi ed otto sedili ora scomparsi, si spingeva, rasentando a sinistra il Firriato di Villafranca (Giardino Inglese, o via della Libertà), verso la via del Mulino a vento. Ed intanto che un terreno montuoso e selvatico convertiva nella deliziosa Villa Giulia, livellava piazze, sventrava cortili, collocava fontane, ricorrendo, ove incontrasse resistenza, alla mano militare.

Il Senato, per forza di passività, lasciava fare, e forse mentre approvava davanti il Regalmici, mormorava dietro a lui per tante e così grosse spese, alle quali non rispondevano le entrate. I contribuenti, d'altro lato, stanchi delle gravezze ogni dì crescenti, una mattina facevan trovare alla porta maggiore del Palazzo Pretorio (Municipio) questo cartello:

Nun cchiù Villa, 'un cchiù funtani:

Ma bon vinu, carni e pani.

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Dicono che ogni rione avesse uno stemma suo: l'Albergaria, un serpente verde in campo d'oro; Siralcadi, Ercole sbranante un leone; la Loggia, l'arme di Casa d'Austria; la Kalsa, una rosa. Chi voglia sincerarsene, vada alla microscopica piazzetta del Garraffo all'Argenteria vecchia, e li troverà scolpiti in marmo, sotto la trisecolare statua del Genio di Palermo, dei tempi di quel Vicerè Caetani, Duca di Sermoneta, che fu soprannominato: Duca di far moneta (1663-1667).

Vero o no questo affare delle quattro cittadine stemmate, certa cosa è che ogni rione avea una santa patrona propria: l'Albergaria, S. Cristina; Siralcadi, S. Oliva; la Loggia, S. Ninfa; la Kalsa, S. Agata. La vergine Rosalia, santa sopra le sante palermitane, troneggiava su tutti i rioni. Ora nel dubbio, che la notizia possa o non comprendersi, o dimenticarsi, è bene guardare le Quattro Cantoniere, la fantastica «Piazza del Sole» dei nostri iperbolici scrittori antichi, e si vedrà che la santa torreggiante dall'alto dei quattro lati è la protettrice del quartiere; sotto di lei, è un re di Spagna; sotto il re di Spagna, una delle quattro stagioni: le beate del cielo, i beati della terra (allora sì che potevano dirsi tali i re: e Carlo V si compiaceva che il sole non tramontasse mai nei suoi Stati), i simboli delle quattro parti dell'anno.

Sia che si voglia, i rioni differivano tra loro per indole, costumi, occupazioni, pronunzia. Anche oggi la vita e la parlata dei Kalsitani è un po' differente dalla vita e dalla parlata dei Brigarioti e dei Sampietrani. Per siffatti caratteri, che formavano un distacco tra palermitani e palermitani, nel secolo XV gli abitanti [pg!13] di un quartiere erano in relazioni niente cordiali, anzi assolutamente odiose, con gli abitanti di un altro; ed il Senato nel 1448 otteneva da Alfonso de' capitoli contro gl'ingrati disordini giornalieri[23].