perciò S. E. Sig. Presidente del Regno il primo,
ed ultimo giorno, due ore prima al mezzogiorno
abbasserà al Duomo, ove terrà la Real Cappella:
ed in detti nove giorni
vestirsi in lutto rigoroso senza polvere, e manichetti[473]
e con pieno ossequio si resta.
Nove giorni di funerali! C'era da svenirsi; ma la Nobiltà c'era abituata, e, se si toglie l'incomodo della levata mattutina, che po' poi non era grave, non essendosi tenuta conversazione la sera innanzi, ad esequie finite, rincasavasi con la soddisfazione di aver compiuto un dovere, e forse con un po' d'appetito in corpo.
Alle dame, per la medesima ragione, era stata spedita per via di lacchè altra partecipazione consimile a nome della Capitanessa Marchesa di S. Croce.
Qui la sventura era grande, perchè legata strettamente alla Famiglia regnante; ma per decessi di personaggi che in Sicilia nessuno conosceva, e che solo l'aristocrazia [pg!342] avea sentiti nominare nell'annuo Notiziario di Corte del Gregorio, il lutto si raccomandava ed esigeva; e quando una volta un signore credette di potervi derogare, e tenne una festa da ballo, il Vicerè lo mandò subito in prigione, scandalizzato che durante un lutto ci fosse un nobile che si permettesse di tenere festino in casa sua. Ed il povero, mal consigliato signore, che era stato sempre una buona persona, dovette prendere un mesetto di Castello.
Questa commedia del lutto veniva a stancare; perchè, o bisognava privarsi di qualunque divertimento pubblico e privato, o smettere il bruno: due cose che non istavano bene e che conveniva guardarsi dall'affrontare. Perciò conciliando, come suol dirsi, capra e cavoli, che cosa facevano le dame? serbavano il lutto stretto, e così abbrunate recavansi a teatro, che, a buoni conti, avea vita per esse. Alla medesima maniera andavano alle deliziose adunate della Marina ed alle funzioni di chiesa: servendo così a Dio ed a mammona. Ma la trovata dava troppo all'occhio, ed il Vicerè, che tutto vedeva, e non poteva permetterlo, per mezzo della moglie del Capitan Giustiziere faceva un giorno sapere come qualmente queste contraddizioni non potevano passare inosservate, e che se si voleva prender parte ad una festa e si era in lutto, non bisognava profanare il dolore. La Capitanessa, col suo superbo stemma inquartato a capo d'un biglietto e con la corona marchionale, notificava l'ordine caraccioliano: [pg!343]