Mentre da un lato si proponeva il censimento dei beni feudali, dall'altro si restringeva — sgradito colpo alla feudalità — il mero e misto impero, che ogni dì si stremava di forze.
Dello scoppio dell'89 in Francia, la Sicilia, per ragioni feudali, civili, ecclesiastiche diversa da quella, non si risentì gran fatto; perchè se in Francia il terzo stato abbatteva nobiltà e clero, in Sicilia, clero e nobiltà sostenevano i diritti del Parlamento, qualunque essi fossero e per quanto logorati dalle leggi e dal tempo. L'aristocrazia e gli ecclesiastici aveano in sè tanto da esser giudicati liberali; la potestà regia, per assoluta che fosse, rompeva contro tutto un ordinamento, ch'era guarentigia dei diritti della nazione siciliana[11].
Quale codest'ordinamento, non è chi non sappia. Per antico istituto, non prima che la proponesse il Parlamento poteva il Re decretare una legge; nè decretata, derogarvi da sè; nè, se penale e non proposta dal Parlamento, farla valida per più d'un anno[12]. Il Re stesso, soggetto alle leggi dello Stato, non avea facoltà di far cosa che tornasse in pregiudizio delle [pg!5] Costituzioni, essendo lecito a' custodi di esse fin lo impedire la esecuzione dei sovrani decreti[13]. Le basi della monarchia riguardavano come incompatibile presso i privati l'esercizio del mero e misto impero: e le concessioni che si vantavano, erano precarie ad arbitrio del Re[14]. Ovvio pertanto il supporre come nessuna gravezza potesse dal supremo Capo dello Stato imporsi senza il suffragio del Parlamento, salvo che non intervenissero certi casi stabiliti da Giacomo d'Aragona; e medesimamente come nessun mutuo coattivo di danaro e di generi, non istimato necessario da quello, potesse dal monarca decretarsi[15].
Alle cariche dello Stato volevansi preferiti gli uomini virtuosi. Il Parlamento, sola autorità di punire i delitti dei magistrati e di altri pubblici funzionarî[16]. Condizione poi notevolissima: il Governo non avea un esercito; la forza era nelle mani del popolo.
Quale diversità di ordinamenti da quelli di Napoli! E frattanto quale disparità di trattamento per opera del Governo centrale! [pg!6]
Un testimonio non sospetto di sicilianesimo, dopo di aver visitata nel 1778 l'Isola, scriveva:
«Questa bella parte dei dominî del Re di Napoli, dove fiorisce un milione di uomini; alla quale la natura prodiga i suoi tesori; che in altri tempi nutrì i Romani, e che ad Atene, a Roma, all'universo intero diede d'ogni ragione capolavori d'arte, è da secoli abbandonata ai Vicerè ed all'Etna! I Siciliani son ritenuti a Napoli come stranieri; alla Corte, come nemici. Si crede che vessarli sia governarli, e che per averli sudditi fedeli se ne debba fare schiavi sommessi. La Sicilia è dal Ministero riguardata come un'escrescenza incomoda; la Corte non vede se non Napoli»[17].
Nel 1795 scendevano i Francesi in Italia: e nobili ed ecclesiastici profondevano denaro ed armi per difendere il paese. Solo pochi ardimentosi cospiravano a favore dei Repubblicani d'oltralpe, impromettendosi per siffatto espediente il bene dell'Isola; ma il nobile tentativo aveva il suo epilogo nel taglione di F. P. Di Blasi e nel capestro dei suoi compagni.
Stremato per gli ultimi donativi ordinarî e straordinarî lo Erario, un decreto del 1798 imponeva la consegna degli ori e degli argenti delle chiese e dei privati, il compenso dei quali assicurava con mendaci promesse. Larghe e tutt'altro che cordiali le consegne, ma alla bisogna insufficienti: quando il 26 Dicembre, inattesa, sbigottita, chiedente asilo, giungeva la Corte.
Da quarant'anni Ferdinando III regnava in Sicilia, e in quarant'anni non s'era mai sognato di mettervi [pg!7] piede. Nel 1792 il milanese Gorani avea detto: «I Siciliani si dolgono che il loro Re non li abbia mai visitati, che non siasi mai messo in grado di conoscere i loro mali, che li lasci vegetare sopra un suolo pel quale soltanto la natura ha fatto tutto»[18]. Quattr'anni dopo le cose erano immutate. «I Siciliani, osservava Hager, non vedono il loro Re, che pur vorrebbero vedere, e pel cui figliuolo [Francesco I] è stato preparato il palazzo reale di Palermo. Ferdinando viaggia per Genova, per Vienna, per Francoforte; ma non viene mai in Sicilia. Egli rimanda sempre questa venuta, e così è passato tanto tempo»[19]. Quando venne, un'eco sgradevole di Napoli rimpiangeva aver egli barattata la vecchia residenza di terraferma con la nuova dell'Isola![20].