La sera del 18 febbraio a nome del Re il Capitan Giustiziere Principe di Fitalia invitava la più alta Nobiltà della Capitale ad una festa da ballo al R. Palazzo. Nell'invito si permetteva «qualunque sorte di maschera di carattere, dominò, e bautta», sotto la [pg!10] quale sarebbe stato «lecito portare dei fiacchi», o giamberghe, aggiungeva uno di coloro che ricevettero la partecipazione.
La festa doveva principiare alle 2, ma potè esser popolata solo alle 4 dopo mezzanotte, tale fu la difficoltà degli invitati di farsi strada pel piano del Palazzo.
Che eleganza di maschere! Che splendore di costumi! Che varietà di figure, l'una più bella, più curiosa dell'altra! L'occhio si confonde nel seguirne le mosse e gli atteggiamenti solenni, irrequieti, civettuoli. Questa che fa da pacchiana di Ischia è la Contessa di Belforte, Isabella Paternò, moglie del Marchesino di Villabianca. Con che grazia regge ella il suo cestino di frutta... della Martorana![6] E con che profondo, dignitoso inchino ne presenta al Re!... E le son compagne altre pacchiane di Napoli: la Principessa di S. Giuseppe, Barlotta; la Principessa di Iaci, Reggio; la Principessa di Valdina, Papè; la Principessa di Sciara, Rosalia Notarbartolo. Altre, attempatelle, sono Costanza Pilo, terza moglie di Benedetto di Villabianca, ed Annetta Vanni, parente di lei.
Ecco i quattro Elementi della Natura: l'Aria è la Duchessa di Ciminna, Grifeo; l'Acqua, la Marchesa di S.a Croce, Celestre; la Terra, la Marchesa delle Favare, Ugo; il Fuoco, la Principessa di Castelforte, Mazza. Ma non procedono sole; tien loro compagnia [pg!11] Eolo, il cav. D. Antonio Chacon; Nettuno, il Marchese Salines Chacon; Titano, il marito della Celestre; Vulcano, il Principe di Cattolica, Giuseppe Bonanno; il Ciclope Sterope, D. Andrea Reggio, ed altri ed altri ancora. Con i quattro elementi della Natura sono anche le Quattro Stagioni dell'anno e tutte le deità dell'Olimpo pagano. Dove più fervon le danze piovono cartellini in onore quando di questa e quando di quella deità. Prendiamone uno: è in versi francesi in onore di una vaghissima mascherina di Cerere, che non si riesce a indovinare, ed alla quale tengon dietro un Sileno, un Pane e pastori e pastorelle che intonano note d'amore:
Cerés vient de quitter ses riants campagnes,
Elle arrive au milieu de ses belles compagnes;
La déesse des fleurs, et celle des jardins,
Elle vient prendre part à ces brillantes Festins.
Silène, ausi que Pan, et bergers et bergères,
Ont délaissé leurs bois, leurs rustiques caumières:
Tous chantent de concert, par un élans d'amour[7].
A periodici ridotti carnevaleschi si aprivano sempre i teatri: e poche delle persone che il potessero vi mancavano. La varietà dei travestimenti non era da meno dello sfoggio degli abiti d'entrambi i sessi. I balli si succedevano ai balli, non turbati mai da poveri mortali, che con la origine modesta ne tentassero le sublimità inaccessibili.
Quei ridotti si ripetevano a brevi intervalli, e se ne contarono fino a una dozzina in una sola stagione. [pg!12] Molto prima del tramontare del secolo il costante buon successo di questi divertimenti persuase certo Cristoforo Di Maggio a costruire nel piano della Marina, rimpetto la Casa Calderone (una volta Castelluzzo, ora Fatta), una grande baracca di tavole solo per balli e spettacoli del tutto carnevaleschi. Era un teatro con ampia platea, con posto per due orchestre, ottantaquattro comodi palchi e logge in due ordini, parati con velluto cremisi, specchi e fiorami d'argento, a spese di ciascuno dei signori che s'erano impegnati per proprio conto. Vi si tennero da quindici tra veglioni e giuochi cavallereschi, ed una specie di circo equestre, con campeggiamenti di dame accorsevi fin dentro la platea con quattro carri tirati da mule bianche e assedî e assalti di torri tra cristiani e turchi. I forestieri «non poterono fare a meno di confessare che la veduta di tal ridotto fu sorprendente, a segno che in tutto il mondo non può darsi l'eguale». Lo afferma il Villabianca, che non uscì mai dalla Sicilia, e non abbiam modo di controllare i giudizî ch'egli raccolse dagli stranieri residenti allora a Palermo.
L'intervento di persone non titolate, consentito dalle Autorità e dalla natura dello spettacolo, allontanava qualche anno la vera e genuina Nobiltà; ma i veglioni si mantennero nel costante favore del pubblico, recando non lieve vantaggio alla cassa del Comune, che pur ne destinava gl'introiti alla Villa Giulia[8]. Il [pg!13] Santa Cecilia godè anche per questo speciale rinomanza, e non fu persona di riguardo che non ammirasse maschere e danze elette, non indegne della presenza di Vicerè e di grandi dignitarî. Ma così al Santa Cecilia come al Santa Caterina la sera del Martedì grasso era una gazzarra indiavolata di strumenti da scherno per l'accompagnamento tradizionale del canto e della recita degli artisti.
Secondo gli umori del Vicerè e le inclinazioni spenderecce o parsimoniose di Capitani Giustizieri abolito ripreso, il giuoco del toro trionfava nel classico piano della Marina, suscitando indimenticabili emozioni in tutta la cittadinanza[9].
Più clamorosa ancora, anzi vero baccanale, l'impiccagione del Nannu nella Piazza Vigliena: giustizia sommaria del Carnevale, personificato in un vecchio stecchito, che si menava al supplizio col corteo di popolani camuffati da Bianchi: altra parodia delle esecuzioni criminali con finto corrotto e con nenie, che volevan ritrarre le reputatrici o prefiche[10].