Ai navigatori, anco ne' mari più lontani, avviene talvolta di udire un suono d'arpa che uscito dal fondo della nave va a mescolarsi colla tempestosa armonia delle acque. Sarà qualche Viggianese accolto ospitalmente dal capitano per sopire nelle musiche il timore de' pericoli e le noie della navigazione. Chi non farà festa all'armonico Viggianese, simpatico trovadore che fra gl'interessi materiali del secolo decimonono prova non essere ancor morto il sentimento della poesia nel cuore dei popoli?

In lontane regioni egli giunge amorevole messo della italiana Euterpe, il quale non traduce soltanto su l'arpa i suoni più applauditi de' nostri teatri, ma pure le armonie de' coloni e pescatori nostri, nate quasi per incanto su le acque e su le terre del più incantevole giardino d'Europa.

Il Viggianese viaggia informato dello spirito italiano, sicchè perfino il suo musicale strumento è spesso congegnato degli abeti della sua patria. L'arpa del nostro Gennarino Pennella era infatti lavoro di Vincenzo Bellizia di Viggiano, valente costruttore delle arpe lucane che dispensano i tesori della musica italiana per le nostre vie e fuori, nelle piazze di Parigi e di Londra, ne' castelli di Germania, fra le moschee del Bosforo e del Nilo, presso la pagoda del Cinese e nei mercati d'America, in ogni dove desiderate ed ammirate.

III.

Gennarino, d'indole irrequieta, entrato nel quarto lustro di sua vita lasciò la compagnia de' conterranei ed elesse vivere solo, venendo per le spaziose vie di Torino a cantare e sonare. Ma non andò guari di tempo che sentì amara nel cuore la solitudine, e desiderò un compagno.

Lo trovò nella piazza di San Carlo. Quivi innanzi alla statua equestre di Emanuele Filiberto incontrava spesso il figlio del pastore Giacomo che, sonando la ghironda e traendo gente a guardare la scena di remote regioni nella sua lanterna magica, cantava le canzoni piemontesi del Brofferio, il Béranger della Dora.

Il Viggianese fecesi a conversare col giovane delle nostre Alpi, e si piacquero e s'intesero a vicenda.

Un dì Gennarino, narrando al sonatore della ghironda avventure de' suoi confratelli di Viggiano, gli disse, che Antonio Varallo, dopo avere per trentacinque anni viaggiato trattando l'arpa, era tornato dovizioso in patria; e gli parlò di Vincenzo Miglionico che nell'anno 1806 partì da Viggiano coll'arpa sola, e, dopo lungo pellegrinare, tornato ricco nel 1832, lasciò l'arpa per le lettere di cambio e i numeri musicali per le cifre algebriche.

S'intrattenne più a lungo a raccontargli i casi d'un guardiano di porci, che licenziato dal signor Poliodoro suo padrone, si appese un'arpa al côllo e girando l'America fece gran fortuna, più che non avrebbe fatto se a Viggiano egli fosse divenuto un Eumeo, e il suo padrone un Ulisse. Tornato al nativo paese con moglie e prole, Vincenzo Poliodoro, il figlio dell'antico padrone, fu lieto di poterglisi avvicinare, e si acconciò di tôrre a sposa una figlia di lui con cospicua dote.