Maraviglioso è già stato il Piemonte a benefizio del commercio in tre ardimenti, il traforo del Cenisio trovato e diretto dai tre nostri ingegneri Grandis, Grattoni e Sommeiller, il sussidio dei dieci milioni assicurato al passo del Lucomagno per aprire un varco alla Svizzera ed al cuore della Germania, e il trasferimento della marina militare da Genova alla Spezia; il che oltre l'importanza politica ha quella speciale del commercio, perchè trattasi di lasciare ai traffici l'intero porto genovese.
Altri ardimenti nel campo dell'Industria si aspettano dal Piemonte che dai Comizi agrari seppe far germogliare l'albero della libertà italiana.
Queste speranze ci allietano, ricordando le pubbliche mostre dei prodotti della industria piemontese fatte nel R. Castello del Valentino. Colà vedemmo i prodotti delle ferriere, gli acciai, gli ori, gli argenti, i lavori in tarsia delle nostre officine, le carte e i cuoi variamente conciati, e i tessuti di seta, lana e cotone. «Ed anche l'arte dei tipi, mi diceva Giambattista Dusso, l'intelligente direttore della Tipografia Scolastica, anche questa operosa ministra del pensiero e dispensatrice dell'umano sapere, sino dalla prima Esposizione del Valentino, nel 1829, fu nobilmente rappresentata dalle premiate edizioni dei Chirio e Mina[55], e poi dalle molteplici e belle edizioni dei Pomba, di Fontana, Botta, Marietti, Franco, Fory e Dalmazzo, Paravia, e Favale, degni seguaci dei nostri Giolito da Trino e Bodoni da Saluzzo».
E l'arte dei tipi su queste povere pagine ripeta, che gioconde speranze ci allietano conoscendo le virtù dei Subalpini, e leggendo le più recenti Relazioni del Sindaco Marchese Rorà fatte al Consiglio comunale di Torino. Questo strenuo patrizio qui commendato nella municipale amministrazione, come nella governativa in Ravenna, vuole mantenere incolume la prosperità dell'augusta Torino con ampliate vie e maestosi edifizi, con istituti di credito e nuovi canali di acque, e con tutti i mezzi efficaci al lavoro ed al commercio; e vuole conservate le gloriose aule del Parlamento, eterna testimonianza del senno italiano.
È dolce dire col Marchese Rorà: «Se noi percorriamo i nostri borghi, le numerose officine che vi si trovano possono persuaderci che l'industria già vi esiste; se parliamo con gli stessi industriali, conosciamo che i loro prodotti non servono solo alla consumazione locale, ma sono già esportati in notevole quantità nelle altre province d'Italia ed in parte all'estero. Io sono convinto che noi possiamo aspirare a veder maggiormente svilupparsi la nostra industria»[56].
Le speranze del Sindaco abbiano prospero evento, e il Piemonte non cesserà di essere il più gagliardo propugnacolo della monarchia e della libertà d'Italia, sicchè all'uopo i suoi operai saranno soldati, e cittadelle le loro officine.
Il trasferimento della metropoli fu accompagnato in Firenze dalle feste del sesto centenario di Dante Alighieri; e le città italiane per mezzo de' loro rappresentanti con ispontanea allegrezza innanzi alla statua del sommo Poeta rinnovarono il patto di concordia, congregati con musiche e vessilli nella memorabile piazza di Santa Croce.
Colà il magnanimo Vittorio Emanuele II fu salutato nella piena luce Re nazionale.
Leale quanto prode, egli, postergando gli affetti domestici a quelli della nazione, pose a rischio sè e la sua stirpe nei cimenti della guerra e della politica; e a togliere ogni mal sospetto, trasferì da Torino a Firenze quel soglio che sarà un dì stabilmente piantato sulla vetta Capitolina.