Il monastero toccò la maggiore sua prosperità al sorgere del secolo nono. Ricco e potente, talvolta peccò di cupidigie mondane, e nel 906, predato e distrutto dai Saraceni di Frassineto, giacque miserabile rovina.
Risorto sullo scorcio del secolo X, si mantenne in umile condizione sino al 1601, quando nella persona di Antonio Provana rivestì l'antica dignità abbaziale.
XXX.
Pochi monaci io trovai nel chiostro della Novalesa. Mi strinsi col padre Ilario, pel quale aveva una commendatizia.
Padre Ilario era un vecchio monaco di antica stampa: avea abbandonato gli agi dell'opulenta sua casa per associarsi ai solitari delle Alpi, e fedele alla regola di S. Benedetto, vivea nella preghiera e nel lavoro.
Il suo nome era in benedizione nella valle. Se ne' paesi vi erano dissidii da quietare, sventure da confortare, il padre Ilario sollecito colle parole del Vangelo andava a portare la concordia, la pace e la speranza; e consolava i poveri di elemosine, e riconciliava i moribondi con Dio, e quando non era chiamato ad opere di cristiana pietà, pregava e lavorava nei campi del monastero.
Robusto di membra come di volontà, ora a forza di braccia e di mine mandava in aria un ostinato masso che sporgeva in mezzo ad un campo, ora dissodava una sterile landa: e qui raddrizzava i tralci d'un vigneto, là piantava un mandorlo; qui segnava i solchi alle zolle, là coltivava i rosai e i gelsomini per adornarne gli altari del cenobio.
XXXI.
Presentata la commendatizia a padre Ilario, lo inchinai riverente, come ne' tempi antichi il pellegrino andava ad inchinare i monaci di Subiaco e di Montecassino, e lo pregai di mostrarmi le cose più degne di attenzione.