A que' tempi fu veduto salire per questi greppi un francese di grande autorità, Ugone di Montboissier, gentiluomo dell'Alvernia, detto lo Scucito. Avea seco la sposa Isengarda e sèguito numeroso; e veniva da Roma, dove erasi prostrato innanzi alla tomba degli Apostoli ad invocare dalla Chiesa perdono di gravi peccati. La Chiesa gli perdonò, ingiungendogli a penitenza, o di vivere sette anni esule dalla patria, o di edificare sulle Alpi un monistero.
—Edificherò un monistero—egli disse; e secondando la voce del cielo, ed animato da angeli apparsigli in sogno, venne fra queste Alpi, e andò sul Pirchiriano a richiedere di consiglio il romito Giovanni. Lascio nella loro integrità le pie tradizioni del luogo, per cui vi dirò che il signore d'Alvernia, giunto a questi dirupi, franto dai disagi delle salite e bisognevole di ristoro per sè e i suoi, aveva soltanto un'ampollina di vino, che però benedetta dal romito Giovanni si converti in vena inesauribile da dissetare la stanca compagnia.
Ugone d'Alvernia a tale prodigio sempre più si accese nella deliberazione di erigere il promesso monistero presso il miracoloso Oratorio, spendendo in tale impresa i molti suoi tesori, coll'assistenza del romito Giovanni, e coll'assenso di Arduino marchese d'Ivrea, dipoi re d'Italia, sedente allora nel castello d'Avigliana.
Sorse infatti sul finire del decimo secolo, o nei primi anni dell'undecimo il magnifico monistero, che Abbazia della Stella fu nominato, ed Abbazia di S. Michele della Chiusa dallo storico paesello alle falde occidentali del monte, e più comunemente per antonomasia la Sagra di S. Michele.
Papa Silvestro II, compiacendo al vescovo Amisone, fu largo di privilegi alla Badìa di S. Michele che, per le donazioni de' fedeli cresciuta di ricchezze, colla preghiera e coll'opera de' suoi trecento monaci Benedettini si segnalò per santità e dottrina fra le quattro prime badìe d'Italia, emula delle più cospicue nella cristianità.—
Mentre queste e simili altre cose mi andava raccontando il prete Rosminiano, io non soddisfatto della cavalcatura salivo a piedi, soffermandomi di tanto in tanto a guardare i pittoreschi dintorni, e pensavo che gli scrittori di que' luoghi farebbero meglio a distinguere la schietta storia dalle vane leggende, che ad accozzare un indigesto ammasso d'incondita erudizione, come fece l'Avogadro nella sua Storia dell'Abbazia di S. Michele[23], per cui si direbbe ch'egli fosse un cronista de' tempi barbari, anzi che uno storico nella piena luce del secolo XIX.
III.
Dopo un'ora e mezzo di aspro cammino fra selve di castagni giungemmo alle cime del monte; e quivi su d'uno spianato vidi gli avanzi di un piccolo edifizio ottangolare, antico sepolcro de' monaci, di maniera moresca nelle nicchie e finestruole. Passando oltre, avrei immaginato di appressarmi alla fantastica dimora delle fate, se già non avessi saputo di trovarmi in cospetto alle gigantesche mura della Badìa, in parte risparmiate dal tempo a testimoniare l'ardire dei primi edificatori di tanta mole, monumento bizzarro e massiccio, monastico e feudale, su gli acuti vertici del Pirchiriano.
Trasportiamoci col pensiero sulle Alpi, quando incerti e male agevoli erano i passi chiusi da foltissime selve, e temuti castelli facevano paura ai minacciati viandanti. Il popolo facile per l'indole sua a dar fede al maraviglioso, vedendo sul Pirchiriano sorgere l'edificio di colossale struttura, con ponti levatoi, torri e bastite, dedicato all'Arcangelo Michele, nella sua ingenua ignoranza reputandolo superiore all'industria umana, lo avrà facilmente creduto lavoro de' celesti, origine alle leggende e alle frequenti visioni.