Nell'erbosa piazza v'ha un antico pozzo circolare a cui sogliono attinger acqua gli Aviglianesi, e per le ripide e tortuose vie s'incontrano torri, chiese vetuste, portici e vestigia di gotiche costruzioni, che attestano le glorie passate collo scudo e la croce di Savoia scolpiti in più luoghi tra i fregi de' capitelli.
XVII.
Addì tre dicembre del 1851 un eletto giovane, caldo di poesia e fior di gentilezza, Camillo Verdi, in sul meriggio mi accompagnava fra i deserti ruderi del vecchio castello, già segno a gravi sciagure.
Invadevano il castello le armi di Lamagna ai tempi del conte Umberto III di Savoia, parteggiante per la Chiesa, nemico a Federico Barbarossa; e nel 1636, comechè difesa dal presidio spagnuolo, la rôcca di Avigliana fu assalita dai Francesi che nell'orrendo eccidio risparmiarono una donzella piemontese, disarmati dalla rara sua bellezza. Risorta la rôcca di Avigliana, fu nel 29 maggio del 1691 nuovamente percossa dai Francesi capitanati dal Catinat, al quale, si racconta, una vecchierella indicasse la Pietra-piana, l'eminenza donde il Generale potè con truce fortuna investire il castello, e farne informe ammasso di rovine, per muovere dipoi al campale combattimento della Marsaglia, ov'ebbe il bastone di maresciallo.
Rimangono del castello vôlte sotterranee e una massiccia muraglia con tre finestre. I gufi e le nottole fanno lor nido e stridono ove un tempo fra gli scudieri e i falconieri ferveano le virtù cavalleresche ne' tornei, nelle caccie e negli amori dei corazzati principi e guerrieri, e ne' canti de' trovadori, ed ove si agitavano le politiche imprese, che per lungo ordine di vicende prepararono il concetto rinnovatore della presente Italia.
XVIII.
Per una scala salii al sommo di que' ruderi, mentre d'intorno rideva tranquillamente la natura. Il verde e l'azzurro e il color di porpora splendevano nell'acque e ne' monti, e per la serena vôlta dei cieli un venticello del Moncenisio spingeva bianche nuvolette in Lombardia.
Da quelle vette solitarie ad oriente io vedeva il prossimo ospizio di S. Antonio di Ranverso, e più in là il castello di Rivoli, la torre di Buttigliera e la cupola di Superga; e una grigia nebbia vivida di luce mi segnava il corso del Po lambente le falde ai colli di Torino. Verso la parte meridionale parevano sfavillare di perle e smeraldi i colli di Giaveno e i due laghi, come dalla parte nordica i gioghi del Rubbione e del Musinè e le acque della Dora; e ad occidente rividi la Sagra di S. Michele e il Pirchiriano che mi nascondeva il varco delle Chiuse, dilatando le sue ombre sulla Dora, e di là salutava le torri di Susa e le nevi del Moncenisio.
Il mio compagno vedeva il brio della sua gioventù riflesso nelle cose circostanti, per cui le stesse pannocchie di grano turco nelle case del borgo ci parevano tappeti d'oro pendenti dalle tettoie e dai ballatoi giù per le brune pareti. Insomma quel giorno festivo pareva un giorno di primavera venuto a rallegrarmi fra i geli del dicembre sul monte di Avigliana. Oh quanta vita intorno allo squallido castello, scheletro roso dal tempo e non più curato dagli uomini!
Camillo Verdi meco ricordava il Conte Amedeo VII che, degno figlio del Conte Verde, nacque in quel castello addì 24 febbraio 1360; e acceso di nobile ardore declamava la ballata di Giovanni Prati, intitolata Il Conte Rosso, che forse il poeta immaginò, attingendo dalla vista di que' luoghi le felici sue inspirazioni. Scendendo dal monte volentieri io ripeteva col Verdi: