Un Agostino Lampugnani, benedettino, morto nel 1646 in S. Simpliciano, dov’era priore, pubblicò nel 1634 un libriccino, in cui nulla trovasi d’importante, e dettato con uno stile sì falso e barocco che non si potrebbe far peggio. Lo cito soltanto per essere stato il primo a scrivere intorno la Peste: «Correndo il quart’anno, dic’egli, ch’è cessata, ne veggendosene ancora alcun volume alla luce, ho voluto intraprendere io a raccontarti quel poco che, trovandomi in essa, ho avvertito».

Pio della Croce, guardiano de’ Cappuccini, cinquant’anni dopo compilò, servendosi, a quanto pare, di una cronaca esistente nel suo convento a Porta Orientale, la Memoria delle cose notabili successe in Milano in quel contagio e del Ricorso dei signori della città ai Padri Cappuccini pel governo del Lazzaretto. Il libro è dedicato al marchese Giuseppe Arconati, pronipote di quello che si distinse nel 1630 come presidente della Sanità, e tratta per diffuso di quanto operarono i Cappuccini durante il contagio. Sotto quest’aspetto è di molto interesse, perchè è noto il gran bene che fecero quei Padri adoperandosi con uno zelo superiore ad ogni encomio.

Il conte Carlo Cavazzo della Somaglia nel suo Alleggiamento dello Stato di Milano per le imposte, ec., opera di cui ragioneremo più innanzi, offre importanti particolarità di statistica ed economia intorno il contagio.

Omettendo parecchi altri libri e scritti su questo argomento, che riuscirebbe nojoso e superfluo l’enumerarli, conchiuderò con uno di sommo rilievo. È un manoscritto del cardinale Federico Borromeo che si conserva nell’Ambrosiana tutto di sua propria mano, col titolo: De Pestilentia quæ Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit. L’esposizione di varj fatti dei quali Federico fu testimonio, le sue opinioni intorno gli Untori, l’impulso che diede al proprio clero, sono dati preziosi a chi studia codesto periodo. Il Ripamonti trasfuse nel libro III della sua storia i passi più rilevanti di esso racconto.

E basti, poichè di editti, processi, lettere e documenti d’ogni genere intorno la Peste del 1630 riboccano i nostri archivj pubblici, e varj delle famiglie private, in guisa che lo storico, nell’abbondanza dei materiali, trovasi imbarazzato a scegliere.

Venendo ora agli storici milanesi che scrissero durante il secondo periodo del dominio Spagnuolo, ecc....


Il desiderio di far conoscere a’ miei concittadini questa storia della Peste che rimaneva necessariamente ignota al più de’ lettori, m’indusse a tradurla. Come vi sia riuscito, ne giudichino gl’intelligenti latinisti, i quali condoneranno, spero, i difetti della versione, in vista della somma difficoltà del testo talvolta quasi inintelligibile.

Quanto alle note, io le desunsi dagli autori contemporanei e da documenti inediti, nè mi si farà, spero, rimprovero d’avere in esse ecceduto, ove si consideri che valgono a mettere in luce il più fatale e miserando periodo della storia milanese.

Il Traduttore.