Interrogato, dopo i consueti preliminari solenni del foro, se avesse udito dire che si erano trovate in Porta Ticinese molte pareti stropicciate d’unguento, negò, dichiarando essere al tutto inscio di ciò. Si misero i giudici a redarguirlo ed a convincerlo, giacchè, sendo ormai la cosa nota e divulgata in tutta la città, non era verosimile che egli, incaricato di visitare le case in Porta Ticinese, nulla ne sapesse, e fosse l’unico che ignorava una faccenda sì conosciuta e sì pericolosa per tutti.
Le interrogazioni e le risposte si smarrirono in ambiguità, perocchè il malizioso co’ suoi sutterfugi lottava per sottrarsi al sapere ed alla prudenza de’ giudici.
Posto sull’eculeo, e sospeso alla corda, fu tormentato più del consueto con tutte le carneficine della tortura per le sue contraddizioni, dalle quali emerse il delitto, che egli persisteva a negare. Pure, anche in mezzo ai tormenti, negava con risposte sempre intralciate, le quali davano campo a maggiori sospetti, laonde fu più volte sottoposto alla prova.
Il quarto giorno, insistendo egli pur sempre sulla negativa, i giudici, dopo avergli indarno fatte squassare le membra, lo fecero per stanchezza, anzichè per clemenza, calare. Allentate le corde che gli annodavano le braccia, stava per essere sciolto, e, senza rimettere a luogo le ossa slogate[77], ricondotto nella sua prigione, allorquando, contro l’aspettativa d’ognuno: — Un barbiere, gridò, mi diede gli unguenti![78]
I giudici, raccolta avidamente questa spontanea confessione, che sembrava palesare l’origine del delitto e della pubblica salvezza ad un tempo, cominciarono ad esaminarlo con gran diligenza sui particolari. Nè finirono prima d’aver indagato chi fosse il barbiere, in qual giorno e luogo, ed a che patti avesse il medesimo somministrato l’unguento. Diceva il Piazza avergli il barbiere insieme coll’unguento dato un ampollino con certa acqua, la quale, bevendola, possedeva la virtù d’impedire, per occulta forza, che uno confessasse. E gridava non poter egli in conseguenza palesare cosa alcuna finchè i giudici lo tenevano sospeso alla corda: e quando veniva calato a basso, e rientrava in sè, ricuperando il senno, offuscato da quel beveraggio, non solo abborriva di confessare il delitto, ma gli usciva anche di memoria chi fosse il reo.
Ciò detto, spiegava il modo tenuto per ungere, quanto denaro gli esibì il barbiere se avesse lavorato con zelo e fedeltà; però fino allora era rimasto colla speranza, non avendo ancora toccato denaro. Il barbiere, accusato dal Piazza come autore e complice degli unti, aveva nome Giacomo Mora[79], abitava alla Vedra dei Cittadini, ed aveva casa e bottega, laddove oggidì sulle ruine di essa casa sorge la Colonna Infame, monumento del commesso delitto, siccome si legge nell’appostavi iscrizione.
Il giudice, udito che ebbe quanto il Piazza affermava con giuramento, recossi colla sua squadriglia all’officina del delitto, credendo cogliere sul fatto il nemico della pubblica salute. Entrati, trovarono il Mora occupato ad un fornello con ampolle: anche il cammino ardeva, perch’egli distillava acque in diverse maniere; piena la casa d’utensili per accendere il fuoco e di caldaje. Gli scrivani, i birri, lo stesso giudice, susurrando tra loro, profferirono che quella era l’officina degli unguenti.
Il barbiere, a tutta prima imperterrito, disse che quelle acque erano medicinali e spiegò per qual uso le componesse o le mescolasse. Indicava specialmente un rimedio contro i contagi, chiedendo scusa d’averlo composto senza licenza della pubblica autorità, mosso dal desiderio di salvare dal generale flagello almeno i congiunti e gli amici, ai quali era sua intenzione dare esso medicamento[80]. Le sue parole furono udite in mezzo al fremito eccitato dai sospetti e dall’ira.
Gli uffiziali si misero a perscrutare la casa, e postala in un momento tutta sossopra, ricominciarono più adagio a frugare, finchè ordinatamente ebbero presa nota dei vasi, degli orciuoli, barattoli, trepiedi, caldaje, e di quant’altri utensili, atti a nuocere, rinvenivano in quell’infelice abitazione. Più d’ogni altro irritò gli animi una cosa forse per sè innocua, e scoperta a caso, comechè sudicia, e che dava maggior adito a sospettare di quello che cercavasi.
Trovarono due caldaje di rame piene di liscio marcio e vecchio, aventi sul fondo un sedimento sporco, tenace come vischio, color di cenere, e che puzzava come gli umani escrementi. Ispezionato e analizzato codesto sedimento dai medici, i quali per abitudine non hanno a schifo siffatte immondezze, non rimase dubbio che tale materia servisse a preparare veleni[81]. Furono trascinati in prigione il barbiere, la moglie, i figli, i parenti di lui, i garzoni di bottega, e coloro che venivano ad impararvi il mestiere. L’infelice ed imprudente padre, accusato di sì infame delitto, persisteva, in mezzo ai tormenti, a negare, giusta la usanza dei malfattori. Allorchè il tormento vinceva, egli implorava alcun sollievo, dando lusinga che scoprirebbe il vero, e alcuna cosa andava dicendo che aveva del verosimile; ma tosto si ritrattava, accusando la violenza degli spasimi che suo malgrado gli avevano strappata la parola dal labbro. Ritormentavasi più aspramente, ed egli di nuovo, per aver tregua, rispondeva a beneplacito de’ giudici, poi subito si contraddiva.