Questo bastò per giudicarli colpevoli; il popolo non seppe più a lungo frenarsi, e tanto più inferocì contr’essi, che dal vestire, dalle zazzere, dal fardello che portavano in spalla, e dalle grida con cui cercavano sottrarsi alle busse, furono riconosciuti per francesi. La prigione li salvò dal furor popolare; interrogati da’ magistrati, e conosciuti innocenti, vennero posti in libertà.
Ho narrati questi due casi per mostrare la leggerezza e la crudeltà della sospettosa plebe in quei giorni. E li scelsi a preferenza, non già come i più atroci tra quanti accadevano giornalmente, ma perchè d’entrambi fui spettatore io stesso: piansi il destino di quegli innocenti, e più ancora la follia cui abbandonavasi la nostra plebe durante il contagio.
Oltre codesti casi lagrimevoli, per tutti coloro che hanno senso d’umanità, altri pure ne accaddero faceti e quasi ridicoli a segno, che in mezzo a tanto pubblico lutto costrinsero a involontario riso chi ne fu spettatore o li udì raccontare. Ed ora, cessata la calamità, giovi il ricordarli a sollievo de’ leggitori, servendo, per così dire, di piacevoli fermate nel mesto campo che percorriamo.
Infuriando, come dissi, la pestilenza e gli atroci sospetti delle unzioni in Milano, il nostro Cardinale Arcivescovo volle sottrarre al pericolo due chierici suoi famigliari, de’ quali molto servivasi, e sì fedeli e industri, che difficilmente avrebbe potuto supplire se il contagio glieli rapiva. Mandolli perciò a Senago, villa discosta sette miglia da Milano, dove poco prima aveva comperata la rocca e gli orti ameni che la circondano. L’umano e dotto Arcivescovo, mentre viveva parcamente e fra gli stenti col restante della famiglia in mezzo alle morti quotidiane e le afflizioni di quei giorni, ordinò che venissero cautamente trattati i due chierici che dovevano in essa villa occuparsi d’alcuni lavori letterarj.
La peste non era fin allora penetrata in Senago, che anche in seguito rimase illeso[87], quindi i terrazzani lo custodivano vigilantissimi, e per la propria salvezza ed anche per l’ambizione di preservare fino all’ultimo sè stessi incolumi nel generale incendio; ricinto di cancelli il villaggio, non vi lasciavano penetrare alcuno.
Sorge la casa del Borromeo sopra una collinetta che domina Senago; i chierici nel dì stabilito, girando intorno al paese, giunsero in cima, senza che i guardiani li vedessero, seppure non dissimularono d’averli scorti. Il giorno seguente non uscirono, aggirandosi per le vuote e silenziose sale, pieni ancora l’animo dello sbalordimento e del terrore recato seco da Milano. Trascorso però alcun tempo, s’inanimarono a metter piede nell’atrio, poi nell’orto: contemplavano i fiori, gli alberi, il frutteto, e allettati dall’amenità del luogo, valicarono la siepe, e salirono il colle vicino. Ivi sedettero al rezzo degli alberi, ed avendo seco loro il breviario, per non isprecare il tempo nell’ozio, si misero a salmeggiare alternativamente l’ufficio divino di quel giorno.
Il luogo ameno e solitario andava loro a genio, per cui recitato che ebbero alacremente l’uffizio, tratte di tasca le loro lezioni, si diedero a ripassarle, lieti d’adempire in quel giorno, senza noja, i doveri ecclesiastici e i letterarj. E tanto più volentieri s’ajutavano a vicenda negli studj, che non eravi maestro cui ricorrere durante il pericolo del contagio.
Quattro fanciulli che trovavansi sopra la collina a custodia del gregge, si divertivano a giuocare alle palle: uno di essi, scorgendo sdrajati all’ombra i due giovani in negre vesti, i quali parlavano ad alta voce e gesticolavano con in mano scartafacci, li additò ai compagni, e tutti estatici, affissarono que’ sconosciuti. D’improvviso decisero essere due di coloro che dalla casa del demonio in Milano (già erasi sparsa nel contado la favola) mandavansi nelle campagne a spargere gli unti. Non si avvilirono per questo i contadinelli, due corsero ad avvisare i terrazzani di Senago, affinchè accorressero armati, e due restarono a guardia per vedere se quei malefici fantasmi si dileguavano nell’aria. Intanto i due supposti untori a tutt’altro pensando che all’imminente pericolo, discorrevano tranquilli di poesia al rezzo degli alberi, alloraquando, alzati gli occhi a caso, videro il vicino bosco pieno di contadini armati di archibugi e di ronche. Era corsa l’intera popolazione di Senago, e molti giungevano altresì dai circostanti villaggi, cui erasi dato l’avviso per affrontare i ministri dei demonj, schiamazzando essere venuto il momento di vendicarsi di quei mostri infernali. Già avevano circondati i due chierici, ed i più lontani altro non aspettavano per scaricare gli archibugi che un cenno di coloro, i quali, essendosi di più avvicinati, volevano guardare in faccia que’ neri uomini, e interrogarli d’onde venissero, e con quali intenzioni. I chierici, alzatisi senza profferir parola, meravigliavano di quella turba d’armati; per loro ventura sopraggiunse un contadino di Senago al servizio del Cardinale come custode della casa, il quale, essendo stato esonerato d’ogni altra incumbenza per servire i due giovani, appena avuto sentore del tumulto, corse anelante con uno spiede da caccia, e visto di che trattavasi, arse di rabbia e di vergogna, e insieme ridendo dell’equivoco, disse loro di seguitarlo.
Per tal modo sfuggirono ad una morte sicura gli innocenti giovani, che non già di veleni e di unzioni, ma dei proprj doveri e di letteratura si occupavano.