Eccoci a Giuseppe Ripamonti, uno de’ più illustri e benemeriti scrittori delle cose patrie. Parlerò delle sue opere e della sua vita più a lungo che non abbia fatto degli altri storici, perchè le prime sono importantissime, e la seconda rimase finora ravvolta in una specie di nube misteriosa, che tenterò diradare.
Tutti gli scrittori milanesi contemporanei, i quali parlano del Ripamonti, lodandone alle stelle il sapere e l’elegante latinità, pochissimo dicono delle sue vicende. E per quanto io frugassi, non mi venne fatto di trovare neppure una parola intorno al processo e ad una prigionia di cinque anni da lui subíti.
Anche nella Biblioteca Ambrosiana, di cui fu dottore, non se ne rinviene traccia, meno un’annotazione[3], in cui è detto che il Ripamonti fu escluso, poi riammesso nel collegio, e null’altro. Girolamo Legnano, uno de’ 60 Decurioni, il quale lo incaricò di scrivere la storia di Milano, e che dopo la morte di lui pubblicò la Decade V.ª, contenente la vita di Federico Borromeo, serba egli pure un assoluto silenzio. Nella breve vita che premise a quella V.ª Decade dice: «Provò varj casi di fortuna, ora prospera, ora avversa; ma l’animo suo fu sempre imperterrito;» concetto così vago che significa un bel nulla. L’accusato medesimo, nelle sue opere posteriori, mai si lascia sfuggire parola intorno a’ proprj casi. Eppure il processo era stato sì lungo e clamoroso, che i contemporanei era impossibile l’ignorassero. Perchè dunque un sì generale ed assoluto silenzio? Per deferenza a’ dottori dell’Ambrosiana ed alla congregazione degli Oblati, parecchi membri della quale non figurarono troppo bene in quel processo. E la venerazione altresì al cardinale Federico indusse probabilmente al silenzio, giacchè, quantunque Egli non solo mitigasse la pena al Ripamonti, ma lo tenesse in seguito vicino a sè, colmandolo di favori, pure è sempre vero che lo aveva lasciato languire in carcere molt’anni per lenta procedura. Tutte le quali cose appariranno chiare da ciò che verremo esponendo.
Il primo a sparger luce sulla vita del Ripamonti fu Ignazio Cantù, consacrandovi il capitolo XLI delle sue Vicende della Brianza.
Egli esaminò il voluminoso processo sostenuto dal nostro storico, e che si rinvenne nell’archivio dell’Ill. Famiglia Borromeo, archivio prezioso per documenti importantissimi di storia patria[4]. Avendomi il conte Vitaliano Borromeo, colla cortesia che il distingue, permesso di esaminare i documenti relativi al Ripamonti ed alla Peste del 1630, io ne cavai molte nuove particolarità che varranno, di certo, a mettere del tutto in chiaro questa specie di mistero storico, non senza compiacenza degli amatori delle cose patrie.
III.
Nacque Giuseppe Ripamonti nel 1577 a Tegnone[5], paesello della pieve di Missaglia in Brianza[6]. I parenti di lui non erano ricchi, ma, senza coltivare la terra, vivevano con parsimonia del ricavo de’ loro campi. Il fanciullo, di belle forme, cresceva robusto nell’aria balsamica di que’ ridenti colli; e siccome appalesava ingegno precoce e svegliatissimo, fu dai genitori destinato alla carriera ecclesiastica, che allora schiudeva largo campo d’onori e di fortuna anche ai giovani del ceto medio.
È bello sentire lo stesso Ripamonti raccontare quali furono i suoi studj.
«Sino alli 17 anni io sono stato allevato da mio zio curato di Barzanò[7], chiamato prete Battista Ripamonte, che è morto. Studiavo grammatica che m’insegnava detto mio barba. Io andai dopo li 17 anni in Seminario ad interessamento di mio barba suddetto, il quale m’haveva insegnato parte della lingua Hebraica della quale il sig. Cardinale si dilettava, e da esso sig. Cardinale fui esaminato e da lui posto nel Seminario in Canonica, nel quale stetti un anno. Et in detto Seminario il sig. Cardinale mi fece attendere alla lingua Hebraica et io l’insegnavo a certi altri giovani. Et perchè mio barba non poteva o non voleva pagare la dozzina del Seminario, uscii fuori, e mi misi in una camera vicino a Brera in compagnia d’un prete Antonio Giudici di Macconaga, et andava a Brera a scuola alla logica, et lì stetti un anno. Finito poi l’anno, mi ruppi con questo mio barba, et andai a stare con il sig. Giacomo Resta in Milano per maestro d’un suo figlio che hoggi si chiama il sig. G. Battista, con il quale io stetti quattro anni. Dippoi andai a stare con il vescovo di Novara, monsignor Bescapè, quale mi voleva introdurre per scrivere sue lettere, con il quale stetti sei mesi. Dippoi ms. Settala, arciprete di Monza, mi fece andare a Monza per maestro di quella Comunità dove stetti duoi anni, et da Novara mi partii perchè non mi piaceva servire quel vescovo, et da Monza partii chiamato dall’Illustr. sig. Cardinale Borromeo nel Seminario di Milano, dove stetti per maestro di Grammatica per lo spatio di quattro anni circa. Nel qual tempo con li ammaestramenti et indirizzi dello stesso sig. Cardinale fui incamminato allo studio della Historia, et insieme della lingua Greca, Hebraica et Caldaica; nelle quali lingue avendo fatto qualche progresso, esso Cardinale, comandò ch’io attendessi solamente all’Historia. Et finiti detti quattro anni[8], dopo essere stato due anni nel detto Seminario a studiare ciò che il sig. Cardinale mi aveva ordinato, fui aggregato al Coleggio Ambrosiano et ivi addottorato, sebbene stetti altri quattro anni nel Seminario della Canonica. Poi per le liti che aveva coi rettori del Seminario, i quali pretendevano ch’io pagassi la dozzina, et io non pretendeva pagarla, il Cardinale per sua cortesia m’accettò in sua casa a sue spese, attendendo io al Coleggio Ambrosiano, dal quale era stipendiato di lire 1000 all’anno[9]».
Da questo passo apparisce chiara la predilezione che Federico ebbe pel Ripamonti, fin da quando lo conobbe giovanetto. Nel 1609, instituendo l’Ambrosiana, lo nominò dottore, affidandogli l’onorevole incarico di scrivere la storia patria; e più tardi, per toglierlo alle brighe in cui era avvolto coi colleghi del Seminario, l’accolse nel suo palazzo arcivescovile. Ne ottenne Federico gratitudine? non troppa. Il Ripamonti, d’indole altiero e irrequieto, e facile a sparlare d’altrui, era, bisogna pur dirlo, un accattabrighe: s’inimicò il rettore del Seminario, un Bernardo Rainoni, dileggiandolo di continuo perchè balbuziente, e gli altri colleghi, non volendo uniformarsi alle rigide discipline della congregazione. È vero che essendo costoro uomini di poco ingegno e pedanteschi, mal sapevano tollerare la superiorità d’un letterato il quale viveva tutto solo intento agli studj.