Il vicario ecclesiastico criminale Arcelli, cui era devoluta la causa, era suo personale nemico, e per soprappiù uomo da poco[15].
I torti reali del Ripamonti, e le suggestioni de’ molti suoi nemici, bilanciavano in cuore del Cardinale la stima e l’affetto che nutriva per esso, per cui mal sapeva indursi a condannarlo o ad assolverlo. Riferiremo in prova alcuni brani di lettere scritte a’ suoi procuratori presso la Corte di Roma che palesano l’animo benevolo e moderato dell’esimio Federico.
A Monsignor Settala.
Roma, 19 Settembre 1618.
Il Ripamonti non sta in privato carcere ma in prigione formale da quei primi giorni in qua, che si tenne in una camera sinchè si terminassero alcune cose concernenti la sua persona. Ne si trattiene per impedirgli l’andare e servire il Sig. D. Pietro di Toledos; ma per le cause che si vedranno a suo tempo dal medesimo processo, il quale si va facendo giuridicamente. Avvenga che si stimi d’andar procurando la verità con qualche destrezza e con un poco tempo, anzichè usare certi termini rigorosi di torture, e simili. Non essendo possibile d’ovviare che il mondo non dica ciò che le pare in questo come nel rimanente, Vostra Signoria assicuri Nostro Signore, et ogni uno con chi occorrerà trattarne, che dal vedere il processo quale si manderà, resteranno soddisfati della maniera con cui si procede, e vedranno i fini che si hanno in questa causa, ec.
A Monsignor Besozzo.
28 Marzo 1619.
Attendete voi a spedire il negozio del Ripamonti, restate in concerto col Padre Commissario che di tutto quello che qui seguirà, se ne darà parte costì. Et che bisogna solo pensare alla sicurezza, acciocchè non ci dia costui un giorno da sospirare a tutti; et che questo è il mio fine et timore. Perchè se non fosse questo io già l’hauerei lasciato di prigione 6 mesi sono, ec.
A Monsignor Besozzo.
17 Aprile 1619.