I. Ad incorrere nelle censure ecclesiastiche del Concilio Lateranense, con facoltà però d’invocarne l’assoluzione.

II. A tre anni di prigionia nelle carceri arcivescovili e ad altri due anni in qualche luogo pio a scelta dell’arcivescovo, e ciò a titolo d’emenda, e coll’obbligo di dare idonea sigurtà.

III. Sospesa la sua storia finchè non si ristampi colle debite correzioni.

IV. Proibita la pubblicazione di altre opere senza speciale autorizzazione del Santo Ufficio.

V. Gli fu ordinato di digiunare per un anno tutti i venerdì, e di recitare il rosario ogni settimana.

Venne lasciata facoltà all’Arcivescovo ed agli Inquisitori di commutare ed alleggerire la condanna.

Fu equa codesta sentenza ed il severo castigo pari alla gravità delle colpe? Ecco il dubbio che sorge nell’animo di ogni lettore imparziale. Siami quindi conceduto di esporre quanto, dopo il minuto esame ch’io dovetti necessariamente fare del Processo e d’altri documenti, emerge, a senso mio, di vero o almeno di molto probabile.

L’accusa d’aver falsato il passo di S. Gregorio, narrando i casi di prete Fortunato, è falsa, e basta a provarlo il semplice raffronto dei due testi[19]. Quanto ai passi, nei quali il nostro Autore venne accusato di sparlare di S. Carlo e di S. Agostino, è un’imputazione assai vaga e insostenibile, per poco che si ammetta una ragionevole libertà di opinioni nello storico.

L’accusa gravissima di ateismo e di materialismo, non solo manca di prove reali, ma è sventata da validissime testimonianze in contrario. Le quali testimonianze d’uomini riputati per dottrina e pietà non mancarono al Ripamonti per giustificarlo altresì di aver sempre trascurati i proprj doveri ecclesiastici.

Una riprovevole freddezza nell’adempiere gli obblighi del suo stato non curandosi d’altro che degli studj, un carattere irascibile e impaziente di qualunque disciplina, la facilità di mettere in ridicolo chiunque non gli andasse a genio, l’amor del denaro un po’ spinto e la poca gratitudine per l’Arcivescovo suo benefattore; ecco i veri e provati torti del Ripamonti, che lo rendevano meritevole di gastigo, ma che vennero oltre misura ingranditi dall’astio profondo de’ molti suoi nemici.