Fu il giorno 6 o 7 settembre, salv'errore, in sulle ore ventitrè, poco più, poco meno, in uno degli ombrosi olezzanti viali della villa Orsini, situata sulle rive del lago d'Albano, che il bel piede della duchessa Elena fu d'improvviso arrestato dalle maliardi spire di un serpe, fratello genuino di quel d'Eva, celato, non so se fra i rosseggianti massi dell'oleandro, o gli azzurrini della mesta viola. Ella passeggiava, accompagnata da una sua confidentissima fante, pensando agli applausi fragorosi che destava ogni sera quando gli echi delle ardite vôlte ripercoteano la sua voce, e in quel punto vedendo la propria immagine nell'acqua del lago, e idolatrando ella medesima quelle divine sue forme, si affannava entro sè stessa che un sì largo dono di natura, si fosse vanamente sagrificato, e sagrificato per sempre. Pensava, come ho detto, a tali cose, e la fante s'era allontanata d'un trenta passi a cogliere un fiore per la sua signora… quando in quel punto medesimo, un leggiadro involto cadde sulla sinistra delle sue celestri pianelle. La duchessa si fermò, alzò la testa, la girò a dritta, a sinistra… solitudine e silenzio d'ogn'intorno….. se si tolga qualche minuto picchiar di rostri, qualche alto lontano garrito, e il continuo rumore delle onde. Se ne stette irresoluta qualche poco, ma osservando venir la fante con un ciclame, si chinò di volo, raccolse la profumata carta e la nascose. Pareva che qualche silfo celato nell'aria l'avvisasse in segreto, doversi di quel foglio far mistero con tutti. Così ella lo raccolse. Fosse almen ciò accaduto un'altra volta!! ma in quel dì, che il sangue di lei era all'estrema bollitura, fu per verità un avvenimento fatale. Staccatasi dalla fante, e corsa con impazienza a chiudersi nel proprio gabinetto, aperto il foglio, lo lesse di volo, lo rilesse due, tre volte; non aveva firma nè altra cosa che ne palesasse lo scrittore, ma in quelle righe c'era più di quanto sarebbe già troppo per manifestare la più violenta passione che mai abbia riscaldata anima d'uomo. Lettolo così più volte di fuga, si fermò poi, sperando quasi scoprire chi tenevasi celato, a commentarne ogni riga, ogni frase, ogni parola.

Il modo con cui era scritta quella lettera, una tal qual potenza di stile, mista a squisita eleganza, davano a diveder l'uomo d'ingegno: ciò che piacque assai, e piacque di troppo alla duchessa. Il linguaggio inusitato ch'ella vedeva farsi per la prima volta, la differenza che troppo facilmente doveva scorgere tra quelle violenti proteste d'amore, e i modi rozzi e gelati del duca marito, cominciò a metterle una strana vertigine. A questo s'aggiunga, che il modo gentile e riserbato con cui le venne porto quell'attestato d'affetto, rivelavano l'uomo appassionato insieme e l'uomo riguardoso. Un'altra cosa poi, e ne teniam conto, perchè vorremmo scusare in qualche modo la giovinetta sposa, s'aggiunse a darle una spinta, a far sì che il suo piede sdrucciolasse più presto sul pendìo della colpa, ed era l'assoluto mistero in cui aveva voluto chiudersi l'uomo, che pur tanto violentemente l'amava. Anche una donna, la cui temperatura fosse stata sotto a zero, e le cui virtù avesser costituito un antemurale insormontabile, per il manco sarebbe stata colta al laccio della curiosità di conoscere il nome dell'appassionato scrivente per riderne e mandarlo in pace con un no desolante. Consideriamo or dunque ciò che doveva succedere nella duchessa Elena pel desiderio di conoscere chi si celava con tanta circospezione. E quel desiderio trasmutossi presto in una smania impaziente, in una inquietudine che non le permetteva d'aver tregua un momento, e in queste cose c'era già l'amore adulto, la passione con tutti i suoi sintomi, la colpa in una parola.

Corse così qualche mese, nè quel viglietto si dipartiva un istante da lei, e lo rileggeva qualche volta, lo rileggeva con ardore e con disperazione ad un tempo. Si affannava, si martoriava perchè non fosse in sua facoltà di scoprire colui pel quale ella, senza conoscerlo, e in gran parte appunto perchè non lo conosceva, provava già una così violenta passione. In principio lasciò le rumorose adunanze, perchè lo stato interno dell'animo suo richiedeva la solitudine e la concentrazione, poi, accorgendosi che a quel modo non si poteva dar campo al destino di preparare i fortuiti incontri, si gettò nel gran mondo più che non avesse mai fatto. Gli applausi della moltitudine estasiata si raddoppiarono, fu notato che la sua voce e il suo canto aveva raggiunto una perfezione di più. La passione s'era congiunta all'arte, e quelle sue note oltre l'usato discesero a rimescolare i giovani cuori. Ma ella intanto, se piena di ardite speranze compariva innanzi alla folla ammirante, ne partiva poi sempre sconsolata e tetra. I servi poterono accorgersi, che fra lei e il duca marito ci fosse qualche rancore. Ella era troppo impetuosa per dissimulare gl'interni rodimenti e la decisa antipatia che provava, in quegli ultimi dì segnatamente, quando vedevasi il marito accanto.

Passò qualche giorno ancora: nell'estremo autunno di quell'anno, non so in qual occasione, in Roma si diede una festa notturna con luminarie e danze ed altre tali cose. Venne la notte; il fiore dei gentiluomini e delle gentildonne romane, si raccolsero nelle ampie sale del Palazzo Aurelio. La duchessa Elena, usa a far sempre la prima figura in quell'occasioni, non ci poteva mancare. C'era stato bensì qualche vivo contrasto tra lei e il marito in quel dì. Ella aveva protestato di non voler recarvisi, ma il duca lo pretese di forza. Ci furono diverbi lunghi, vivissimi, violenti, con qualche lagrima d'ira per parte di lei, ma non c'era verso. Il marito, di solito non curante, si mostrò quella volta ostinatissimo. Gli fosse almeno comparso qualche nuovo Spurina a profetargli quanto fosser fatali a lui ed alla giovane sua sposa, se non le idi di marzo, le calende di ottobre! o i cavalli traendo l'adorata loro lettiga li avesse travolti, attraversando il ponte Elio, nel sottoposto Tevere, chè affogandoli, li avrebbe almeno involati al gioco atroce della loro fortuna! Ma ciò non doveva succedere, e la duchessa di Pitigliano, diva del canto e della danza, fu proclamata in quella notte da migliaia di grida, intanto che la trista sorte stava per liberare la corda.

Alla grossa campana del Vaticano suonarono le due di notte; il duca marito, alla zecchinetta, aveva a quell'ora perduti più di cinquantamila scudi romani, ma ebbro e ostinato non si moveva di là. La duchessa Elena, stanca, abbattuta, arrovesciata, mestissima di quella mestizia che appunto è prodotta dalle smodate allegrezze di una festa, si ritraeva un momento lontano dalla folla. Alcune gentildonne, alcuni gentiluomini avevan procurato farsi con lei, ma ella si scansò, e tutta sola se ne venne su d'una aperta galleria.

Il cielo era sgombro e lucentissimo, la notte molle e deliziosa, la luna biancheggiante sulle moli gigantesche, tutta quella galleria innondata dalle fragranze degli aranci, che gettavano le lunghe loro ombre sul marmoreo pavimento e sui bianchi pilastri. Per quanto l'aria vi recasse ogni tanto la confusione delle voci, delle grida, de' suoni che fervevano nelle interne sale, quel luogo era tuttavia abbastanza silenzioso. Ella si concentrò in sè stessa, e fatta la somma dei beni e dei mali, che in quel momento costituivano la sua vita, concluse di essere troppo infelice, e non vedendo nel tempo avvenire nessun barlume di meglio, pensò esser ben più vantaggioso il morire, che vivere di quella guisa. In questi pensieri stava così colla testa reclina, guardando meccanicamente le ombre dei flessuosi aranci, che movendosi rendevano strane figure sui bianchi marmi rischiarati dalla luna. A un tratto ode un sospiro, nè già un sospiro di vento, ma d'un essere animato. Si volse, e si alzò repentinamente tutta conturbata e tremante e presaga. Un'alta ed elegantissima figura di giovane le stava dinanzi, due pupille ardenti la guardavano, le nerissime chiome di chi la guardava ondeggiavano all'aria.

Era desso avvolto in un drappo di seta nera, e teneva la maschera nella mano. Non fu pronunciata una parola, ma ella conobbe chi esso era, ed egli, quali sensazioni producesse in lei, e quante erano già passate in quel cuore di donna. Il silenzio continuava, s'udiva l'anelito affannato d'ambidue; ambidue erano felici, la mano di lui strinse la mano tremante della duchessa, che sentì l'impressione di una bocca di fuoco; finalmente, a quegli atti tenne dietro un sommesso bisbiglio, poi alcune parole:—Fra tre dì, sul lago d'Albano, ad un miglio dalla vostra villa, lungo la costa, dove tante volte solitaria io vi ho veduta, io ci verrò ancora.—Dette le quali parole, egli scomparve, ed ella rimase immobile, piena di sgomento, d'incertezza, di estasi. A quella bianca luce della notte, ella potè benissimo osservare ogni linea della figura di lui, e sì le piacque, che ne fu paga oltre ogni suo desiderio, oltre ogni sua speranza, e la passione guadagnò sì gran tratto di terreno in un subito, ch'ella quasi non si ricordò più d'esser legata indissolubilmente ad un altro. Il dì dopo ne provò bensì qualche oscillazione di pentimento, ed anche, dopo aver avuto un saggio del tetro umore del marito, un'altra oscillazione di timore, il quale crebbe a tanto, che risolvette di star salda, di far qualche divozione, e di scacciare il demonio tentatore. Ma la terz'alba fu presta, e furono più presti ancora, pur troppo, i ritorni della passione. Alla data ora, al dato luogo ella non mancò; rivide colui, gli parlò, scoperse nuovi fascini, non fu più atta a dominare sè stessa; per quel giovin uomo avrebbe dato le sue ricchezze, il suo grado, la sua fama, la sua vita, tutto, e que' ritrovi si rinnovarono. Pure, stando più a lungo con lui, di sotto a quelle grate apparenze, c'era qualche cosa ch'ella non arrivava a scoprire, ma che sentiva, in confuso; qualche cosa che promoveva in lei un turbamento ineffabile; un certo mistero nelle parole di lui, alcun che d'impacciato, di severo, di tetro.

Adah, la moglie di Caino, quando vide per la prima volta Lucifero, di sotto alla celeste bellezza di lui, intravide tal cosa, che la fece tremare e fremere…. Una simile impressione subì Elena una delle volte che si trovò coll'uomo che mai non le si volle scoprire. Pure i fascini di colui erano così potenti, così manifesti gl'indizi che egli la idolatrava, così ardenti ed assidue le sue proteste, che ella non seppe ritrarsi. Avrebbe però voluto sapere chi fosse colui, e all'accento, ai modi, a tutto avendo ragioni per credere che egli fosse un gentiluomo di Roma, si maravigliava come in tanto tempo ch'ella vi dimorava, per quante adunanze avesse frequentate, mai non le venisse veduto. Su questo pensiero cominciò a fermarsi a lungo; fermandovisi a lungo, cominciò a capire essere al tutto disdicevole il continuare in quella colpevol pratica. Finalmente, ciò che ella mai non potè scoprire, glielo scopri il caso…..

Una mattina la sua donna, fidatissima donna, cui per necessità aveva dovuto far partecipe del segreto, tutta pallida e tremante entra dalla signora per dirle qualche cosa, e si tace perplessa. La duchessa s'accorge di qualche novità e, sgomentata da quell'insolito pallore della fante, le domanda di che si tratta, e che parli per carità.

—Lasciate se n'esca l'eccellentissimo signor duca poi vi dirò tutto.