Discesi al piede della gran scala, ventiquattro uomini con torce accese stavano ad aspettare intorno ad una larga botola con aperta cateratta. Tra il palazzo ducale e il castello di Porta Giovia era stata aperta una via sotterranea di comunicazione, la quale veniva praticata ogniqualvolta piacesse al duca recarsi in castello senza mostrarsi al popolo. In questa straordinaria occasione il Morone aveva consigliato il duca ad uscire per di là, e quella botola conduceva appunto alla via sotterranea.

—Attendete a star di buon animo, disse il Morone al duca quando fu per discendere; stasera sarò io medesimo in castello; e si licenziò.

Accompagnato dal cardinale e preceduto da sei torcie, discese dunque pel primo il giovane duca. Dopo lui discese tutto il seguito in mezzo alle altre diciotto torcie. Quando s'udì il rimbombo che fece la cateratta rivestita di ferramenti nel cadere sull'incastro della botola, tutti si misero in via.

Fu un viaggio lugubre quanto mai poteva esserlo, nè il duca aprì mai bocca, nè altri. Solo il duca Francesco, che camminava a paro col Palavicino, gli disse un tratto a voce sommessa e come di fuga:—Il Morone mi ha fatto parola del Lautrec; in castello mi dirai tu il resto.

E tenendo stretta la mano del Manfredo con un'affabilità ed amorevolezza straordinarie non aggiunse altro finchè durò il cammino.

Ma noi, cogliendo questo ritaglio di tempo, terremo qualche parola del Palavicino, per quel tanto che può bastare a mettere in luce alcune condizioni particolari alla vita di lui.

Figlio al marchese Anton Maria Palavicino ed alla contessa Giulia Flisca, che, giovinetta, aveva sposato il marchese già vedovo, già padre di quattro figli e già vecchio, trovò nel seno della propria casa più di quanto poteva bastare per alienarlo da lei e dal ceto patrizio a cui la famiglia apparteneva. Fanciullo, fu affidato alle cure degli uomini che allora più fiorivano in Milano per lode di buoni studi e d'ingegno. Giovinetto, ebbe a maestri il Merula, il Calcondila, il Minuziano; studiò geometria e logica dalle pubbliche cattedre istituite da quel Tomaso Piatti stato in sì gran favore presso Lodovico il Moro. Oltre l'ingegno non comune, aveva dati segni di un'indole al tutto particolare, un misto di procelloso e di tenerissimo, di violento e d'affettuoso, con eccessi di giocondità e di concentrazione profonda. Qui racconteremo succintamente due fatti leggeri in sè stessi, ma che, mentre valgono a dare alcuna idea di codesto suo temperamento, potranno anche far conoscere i primissimi motivi, dai quali in certo modo fu determinata la vocazione dell'intera sua vita.

Trovandosi, quand'era fanciullo di circa otto anni, presente al racconto che Cristoforo Palavicino, fratello di Anton Maria, faceva del modo col quale Lodovico il Moro era stato preso da' Francesi, fu insensibilmente attirato dalle parole dello zio, il quale, a differenza del fratello, essendo piuttosto sforzesco, narrava il fatto con quell'accento di verità e di compassione che si imprime negli animi. Quando si fu al punto dell'imprigionamento dello Sforza, la contessa Giulia, che si teneva in grembo il fanciullo, vide cadere due grosse lagrime sulle guance di lui e tremare di commozione i suoi labbruzzi infantili. Nè questo bastò; ma quello che fece una profonda impressione in tutti gli astanti, quando si parlò dei due figli del Moro, dei pianti disperati del secondogenito Francesco nel momento che fu staccato da suo padre, il fanciullo Manfredo, che lo aveva conosciuto e s'era trovato spesso con lui ne' giardini ducali, diede in un sì dirotto pianto con tanta furia di singhiozzi, che la madre penò molto ad acquetarlo; e fin da quel momento ogni qualvolta in sua presenza parlavasi di Francesi si riscuoteva tutto, e la bella sua faccia si rannuvolava.

Nel 1507 un'altra circostanza accrebbe ancor più quell'avversione che il giovinetto aveva per Francia. Venuto re Luigi in Milano per la seconda volta, il marchese Anton Maria volle invitarlo ad uno splendido banchetto nel proprio palazzo. Godeva quel re intrattenersi famigliarmente con tutti, e dilettandosi a far domande ora all'uno, ora all'altro, s'era pure in quel dì rivolto al giovane Manfredo, il quale o stesse sopra di sè impensierito, o fosse dispettoso di quella domanda, non seppe o non volle rispondere. Il re attribuendo a quel silenzio una causa troppo lontana dal vero: questo giovane dev'essere ben sciocco, disse in francese ad uno de' suoi cortigiani, e si volse altrove. L'indole altiera di Manfredo, che aveva comprese troppo bene quelle parole, rimase così colpita e piagata, come se gli fosse avvenuta qualche sventura, e Luigi gli diventò così odioso, che ad arrovesciargli l'animo non v'era cosa più pronta che nominargli quel re.

Ma l'anno 1512 fu per lui ben più terribilmente memorabile. Le cronache non raccontano con chiarezza il fatto; ma tra il Palavicino e il nipote del governatore Chaumont intervenne una gravissima contesa che finì colla morte del giovane francese ucciso da Manfredo in duello.