Ora è probabile che il lettore desideri qualche parola d'illustrazione intorno al conte Galeazzo Mandello, il quale, la bella prima volta, ci si manifestò, a volergli usar de' riguardi, per un uomo molto originale. E lo era di fatto.

Appartenente ad uno de' più cospicui casati milanesi, arricchito inoltre dalla pingue eredità d'uno zio materno, era tra più facoltosi signori della città; con tutto ciò, a trentasei anni, che tanti ne aveva, s'era ridotto a condurre una vita affatto solitaria. E non parea vero come avesse potuto acconciarvisi, mentre sembrava appunto costituito espressamente per vivere nel bel mezzo della società e al cospetto dell'universale. La natura, per crear lui, aveva, a così dire vuotato il sacco. Bellezza di forme, potenza di braccio, tanto che era in voce d'uno de' migliori schermidori d'Italia; svegliato ed acutissimo ingegno; attitudine a far tutto ciò che gli fosse piaciuto. E quantunque in nessuna cosa non avesse fatti studii profondi, che non ne aveva mai avuto nè tempo nè modo, pure di tutto era intendentissimo. Ma questa esuberanza di doni appunto doveva poi produrre effetti singolari e quali non erano a desiderarsi.

All'età di quindici anni aveva militato in Francia sotto la condotta del Trivulzio, e tanto s'era distinto, che re Luigi lo aveva insignito dell'ordine di San Michele. D'allora in poi s'era trovato a quasi tutte le guerre del tempo, aveva percorso mezza la Francia, visitata tutta Italia, era stato a tutte le Corti, aveva conosciuti ed accostati la maggior parte de' principi regnanti, s'era trovato a quattrocchi più d'una volta con Cesare Borgia; Alessandro VI e Giulio II gli eran noti assai bene.

Essendosi ora trovato implicato in quasi tutti i fatti memorabili del tempo, avendo tenuto dietro a' movimenti, alle gare, alle guerre di tanti Stati, essendo stato spettatore di tante e così gravi cose, e per quella sua mirabile sottigliezza ed abitudine a considerarle ad occhio nudo, senza prisma, senza metafisica, senza poesia, avendo saputo scrutarne il fondo senza lasciarsi allucinare dalle apparenze, appena ebbe varcato la sua prima giovinezza, si sentì come sopraffatto da una sazietà morbosa; non fu più nessun fatto, per quanto straordinario che valesse a destare la sua meraviglia. Essendo poi riuscite a vuoto tutte le sue speranze, e da tanto intreccio di eventi non avendo veduto uscire un costrutto che gli piacesse, non v'era partito oramai che attirasse di preferenza la sua attenzione e il suo amore, e se pure continuava a seguirne taluno, era assai più per avere una via in cui mettersi con determinato proposito, che per convinzione vera.

Tocchi i trent'anni, morto il Moro, al quale voleva un po' di bene per alcuni buoni frutti che l'infelice principe aveva saputo far maturare in Lombardia, la quale gli stava al cuore fortemente, veduto come tutta la classe de' patrizii aveva con tanta spontaneità piegati i ginocchi a Lodovico XII, provò tanto ribrezzo di quella generale abbiezione, che in prima tentò ricorrere al flagello dell'ironia per mettere un po' di buon senso in tante teste vacue, ma non riuscitogli un tal tentativo, ed accorgendosi ormai di venire sgradito alla maggior parte, risolse ritrarsi in tutto a far vita privata. Scacciati poi i Francesi, e venuto Massimiliano al ducato, sentì tanto sdegno al vedere come quel giovane leggero e spensierato avesse mandato in dileguo tutte le buone speranze che si erano concepite di lui, che non volle più saper nulla di nulla, e a troncare ogni occasione di nuove contese e di nuove noie coi patrizii colleghi che s'affannavano a provargli quanto meglio si vivesse sotto Luigi XII, levò persino il saluto ad una quantità infinita di gentiluomini che gli movevano i dispetti soltanto a vederli, e, quel che aveva risoluto, fece in effetto.

Ma un uomo di tanta suscettibilità, non poteva certamente far della sua casa una cella da penitente solitario; tutt'altro. In prima, non aveva, a quanto egli ne sapeva, nessuna colpa da espiare; poi, la natura, pel suo solito sistema di compensazione, a quelle sue straordinarie virtù aveva unito un fardello molto considerevole di vizi, ai quali, appena che le sue virtù si misero in istato di quiescenza e di letargo, fu permesso di uscir fuori liberamente e di far il loro comodo. Non è rarissimo il caso che, un uomo il quale trovi ingombra la via per la quale si sarebbe messo con grandissima alacrità, e non trovi la natura dei tempi acconcia all'indole del proprio ingegno e della volontà propria, non potendo in altra guisa dare uscita alla vitalità soverchia che gli ferve nelle vene, procuri sbalordirsi coll'ebbrezza e colla vertigine delle voluttà che smorzano l'intelligenza e ottundano i sensi.

E dal momento che il conte Mandello erasi ritirato dalla società, questa, che mai non lo volle perdere di vista, vide svilupparsi in lui due qualità delle quali certo doveva essere antico il germe in lui: la concupiscenza e l'intemperanza. E non è a dire quanto la critica invidiosa de' patrizi colleghi si bagnasse volontieri in quelle pozzanghere, e si gettasse a corpo perduto sull'uomo che tanto aveva fatto per non esser più riconoscibile.

Fu detto che nelle aule saliche di Carlo Magno, il numero delle amanti regali pareggiasse quello degl'insetti in un bel giorno d'estate. E la cronaca pretende, che il conte Galeazzo avesse fatto degli studi forti su Carlo Magno, e fosse preso dal contagioso desiderio d'imitarlo. È fama che i più insigni bevitori d'Europa fossero in quel tempo i borghesi di Gand, ma siamo assicurati che, se per caso si fosse trovato a far testa a qualcheduno di coloro, il conte avrebbe fatto tuttavia la prima figura.

È difficile a sapersi come mai abbia potuto svilupparsi in quel degno gentiluomo un amore così appassionato per il buon vino, ma è certo che il patriziato calunniatore, al quale il conte era argomento assiduo di parlari diversi, affermava ch'esso non era fresco di mente la mattina più di quel che il fosse alla sera, e ciò, colle debite restrizioni, poteva esser vero. Del resto, v'era un fenomeno ben notabile in quell'uomo singolare, ed è che il suo mirabile buon senso veniva sempre a galla dell'oltrapò, del quale, come sappiamo, egli era tenerissimo. Avveniva bensì, allorquando i vapori gli andavano alla testa, che la frase non fosse sempre purissima, che la parola penasse ad uscirgli di bocca, e quando pure ne uscisse, fosse a strascico, a frastagli, smozzicata. Ma l'idea era sempre lucida, ma il vero era quasi sempre colto. Si raccontano miracoli del sonnambulismo, e noi ne mettiamo qui uno cospicuo dell'ebrietà.

CAPITOLO VII.