—No, il buon Dio l'ha voluto conservare ancor vivo, ma è in terra ferito; ora se ne sta tra le mani d'uno di que' chirurghi scortichini dell'esercito. Ma io vengo in fretta a cercare di qualcheduno de' nostri perchè la cura abbia ad essere e più sicura e più spiccia, sapresti tu dove potrei dare del capo, così in sul subito?
—Di medici e chirurghi non c'è penuria qui… ma se tu vuoi un uomo, cerca di messer Lucio Cardano, che sta in piazza… Ma è così grave il pericolo?
—Tanto grave, vorrei credere di no, ma si sa mai quello che può succedere, e siccome per un certo intrigo, che ti dirò poi, quel povero giovane è più malato d'animo che di corpo, e quando l'ho lasciato dava in deliri e in pianti che faceva pietà, così potrebbe una cosa far danno all'altra, e allora… e allora ti dico che vorrei essere in terra io stesso con una buona ferita, piuttosto che lui, e se questo cambio si potesse fare, lo farei di gran voglia, perchè è mio dovere.
Così parlando tra loro, se ne vennero in piazza a cercare di quel tal chirurgo.
In mezzo a tanta farragine di cose, fra tanto scompiglio di fatti, in così assiduo accozzamento di notizie, in tanta aspettazione di novità, i buoni Milanesi trovarono pure il tempo di prendersi pensiero anche degli avvenimenti minuti. Così presto circolò la notizia, che il marchese Palavicino era ferito, e con quella l'altra notizia, che la figlia del magnifico Bentivoglio avrebbe sposato il signore di Perugia, il quale insieme ai Francesi sarebbe esso pure venuto a Milano; due notizie che, quantunque abbiano un così stretto nesso nella nostra e nella mente dei lettori, pure non ne avevano alcuno nella mente de' Milanesi che ignoravano quello che noi ora sappiamo. Ma quelle due notizie, prima ancora che al popolo, erano pur giunte all'orecchio degli Sforza e del Morone, il quale ne sapeva più di quello che ne sappiam noi certamente. Però, appena seppe della sconfitta, dopo aver disposto più fermamente quello che, in suo segreto aveva già pensato prima della giornata campale per ciò che riguardasse gl'interessi dei due Sforza e, più che tutto, il bene della città, gli rimase qualche tempo di pensare anche a quei due fatti così minuti, (se si confrontino colla immensa farragine della cosa pubblica), che risguardavano la Ginevra e il Palavicino.
Aderendo strettamente a quanto aveva già manifestato al duca di Bari Francesco Sforza, la sua intenzione era quella di mandare a vuoto quel matrimonio, ma siccome tanto il Bentivoglio, che il Baglione stavano con Francia, e questa che oramai era padrona del Milanese, non avrebbe comportato fosse lor fatto il menomo sopruso, così il Morone non volevasi prendere apertamente sopra di sè un affare di tanta importanza, e tale che avrebbe potuto esser causa dell'estremo suo danno, e mandare in un fascio in una volta tutto il lavoro a cui da tanti anni attendeva con tanta fatica, con tanta astuzia, con tanto senno. Il fine del Morone fu sempre quello di giovare al proprio paese, del cui bene era tenerissimo, e chi scrive, non fu mai così persuaso di nessuna cosa al mondo, come di questa; ma esaminando attentamente ogni suo atto, vedesi chiaro ch'egli voleva condurre le cose in modo da non averne a scapitare lui stesso, e in qualunque mandibola fosse poi caduta questa bell'ala di pollo della Lombardia, comportarsi di maniera da pescar chiaro nell'acqua torbida; come tutti gli uomini di genio, ambiva l'ottima stima dell'universale e non era indifferente alle nuvole dorate della gloria; ma con tutto ciò la palma del martirio non aveva per lui neppure una mediocre attrattiva, nè mai sarebbesi indotto per lei ad accelerare d'un tratto la sua corsa. Da ciò forse derivò quella farragine d'opinioni così controverse sul conto di questo celebre personaggio, e ch'altri gli abbia fatto il torto di reputarlo indifferente al bene del proprio paese e ligio in tutto alla Francia.
Fin dal primo momento adunque che gli era balenato il pensiero in mente di stornare le nozze del Baglione colla Ginevra, parendo a lui che questo fatto assumesse un'importanza più grave di quella che altri potesse mai credere, sempre aveva pensato al modo di collocare le pedine sulla tavola reale, senza che apparisse che la mano che giocava fosse la sua. Di presente poi, che i Francesi erano entrati in Milano trionfalmente, che le sorti s'eran profferte interamente a loro, e alla causa Sforzesca più non rimaneva che un barlume, ma ben fioco e assai lontano, nella persona del duca di Bari, e che tra i due tiranni della Romagna e la Francia v'era un'amicizia molto tenace, comprese che il suo disegno era assai difficile a colorirsi, e più ch'altro, stringendo il tempo, aveva bisogno di un colpo risoluto. Per ciò, dopo esser stato più volte tentato di abbandonare al tutto quell'impresa, mise finalmente gli occhi addosso a un certo tale che aveva conosciuto qualche anno prima, e nascondendo sè stesso nell'ombra, pensò valersi dell'opera di colui.
Il giorno dopo, che era il 16 di settembre, chiamò l'uomo di camera, il quale da molto tempo gli era fidatissimo.
—Ti ricordi, gli disse, di quel tale che, faranno tre anni adesso, sedeva fra gli scribari dell'ufficio fiscale e che, per più mesi, venne a prestarmi aiuto nel mio gabinetto privato?
—Mi ricordo benissimo.