—Lo capisco anch'io.
—Dunque, Elia, noi siamo perfettamente d'accordo. Queste faccende ti aspettano, e metteva la mano fra quel mucchio di carte che erano sulla tavola; per adesso puoi andartene, soltanto fa di ritornare quando avrai messa insieme qualche novità; già non dovrebb'essere gran che difficile, tutto Milano è pieno di novità a questi dì… Conduci dunque le cose in modo che se ne abbia ad accrescere il numero.
Dette queste parole si gettò a sedere, mostrando di non aver più nulla a dire, e di non voler sentire più nulla. Il Corvino si licenziò.
Partitosi dal Morone, tosto si recò a raccogliere quelle notizie che gli erano indispensabili per tentare il miglior modo di mettere in atto quanto il Morone, così alla sfuggita, gli aveva fatto intendere; ebbe presta la maniera d'attaccarsi, come una sanguisuga, ad un uomo di camera del magnifico Bentivoglio, dal quale per verità seppe ciò che mai non avrebbe voluto sapere, e che invece di dargli qualche speranza, quasi lo tolse dal suo proposito, persuadendolo che i quattrocento ducati, co' quali aveva già fatto moltissimi conti, se ne fossero già risoluti in fumo. Le notizie che avea cavate di bocca dall'uomo di camera portavano, che il Baglione s'era già recato ad alloggiare nel palazzo che il Bentivoglio teneva a Chiaravalle, e che forse in quel dì e in quell'ora medesima che se ne stavano a parlare gli sponsali sarebbero avvenuti. Stornare un matrimonio, quando le cose erano ridotte ad una tal condizione, parve cosa impossibile anche all'Elia Corvino, per quanto fosse immaginoso ed audace, e il danaro avesse potere di fargli far miracolo. Con tutto ciò, sempre ruminando progetti e disegni, e tele e trame, si recò alla solita osteria del Pomo d'Eva per vedere se da San Donato, ove il Palavicino giaceva ferito, fosse arrivato il suo fratello Omobono.
Non avendolo trovato, se ne andò in volta per la città tutto il dopo pranzo di quel giorno, prendendo per le vie più silenziose e più rimote, chè i suoi pensieri non avevano bisogno di essere divertiti da quell'unico suo proposito, che mai non sapeva abbandonare, per quanto poche speranze potesse avere. Intorno all'ora di sera però riavviandosi al centro della città, gli fu mestieri abbandonarlo un momento, per dar retta agli infiniti discorsi che si facevano tra gli innumerevoli gruppi di cittadini ne' quali ad ogni crocicchio s'incontrava, i quali discorsi non versavano che sull'ingresso che il dì dopo i Francesi avrebber fatto in Milano, del come si sarebbero comportati co' cittadini, delle feste che i patrizi milanesi, ritornati in fretta e in furia dalle loro villeggiature, già pensavano di offrire a que' loro amici vecchi, e così via.
Sul far della notte ritornò ancora alla confortevole sua tenda del Pomo d'Eva, dove, al primo affacciarsi, vide il suo fratello Omobono, che innanzi ad una tavola attendeva a mangiare a quattro ganascie, chè il trotto vivace a cui s'era posto, viaggiando da San Donato a Milano, gli aveva messo un formidabile appetito.
—Come sta il marchese? fu la prima domanda che l'Elia fece al fratello.
—Il Cardano gli ha fasciata la ferita in modo, ch'egli ormai sta abbastanza bene. Ma l'intrigo della Bentivoglio, di cui ti ho già parlato, gli ha messo il cervello a malissimo partito, e non c'è argomento col quale si possa medicargli questa altra ferita, assai più cruda della prima. E quel ch'è peggio, domani di buon mattino, il Baglione darà l'anello alla Ginevra, notizia che oggi ho raccolto io stesso passando presso a Chiaravalle; e domani, come s'ella fosse una regina, farà il suo solenne ingresso in Milano, intanto che i Francesi vi brulicheranno per ogni parte.
Il Corvino, intanto che il fratello Omobono parlava di questo modo, ascoltava e pensava nel medesimo tempo. A un tratto interruppe il fratello:
—Se qualcheduno, gli disse, volendo far qualche cosa per il marchese, avesse bisogno ch'egli si trovasse in Milano domani, la sua ferita gli permetterebbe di venirci?