Or l'opre mie non son che esperïenze,
Non son che bozze, e un far di fantasia
Göthe.
Con pochi timori e senza pretese, io presento al publico questo lavoro più presto adombrato che compiuto. Il fatto storico, a mio credere, assai curioso sul quale è tessuto, e qualche utile idea che domina in esso, mi consigliarono a darlo fuori così come sta e senza farne altro, dal momento che non mi poteva bastare il tempo a condurlo a quell'ultimo termine che pure avrei desiderato.
Un altro lavoro di simil genere che, per molte cagioni, tutta attrasse la mia attenzione e il mio amore, volle che di presente io servissi a lui solo il più perfettamente che fosse possibile, piuttosto che con meno di accuratezza a due in una volta.
I
LA GOLA DEL LEONE.
In una sala del palazzo ducale di Venezia, le cui pareti, tutte coperte di rasce nere, venivano debolmente rischiarate da una sola lampada a sei becchi pendente per tre catene dalla volta; una notte d'agosto del 13… stavano sedute intorno ad una gran tavola diciassette persone; dieci senatori, il doge e sei consiglieri. Era l'eccelso consiglio così detto dei Dieci, raccolto in sessione. Colà dentro facevasi un perfetto silenzio, non interrotto che dal fruscio de' fogli d'alcuni codici che venivano di quando in quando svoltati, da qualche sommessa parola che alcuno dei senatori diceva al suo vicino, e lontano lontano dal romore indistinto, ma incessante di grida e di suoni. Dopo qualche po' d'ora che si continuò in una profonda quiete, uno de' senatori entrò finalmente a parlare:
«Centomila ducati d'oro ci costò la vittoria riportata contro i Genovesi. Ecco qui: i bilanci dei commessari sono di una straordinaria esattezza.»
«Centomila ducati d'oro? è una bella somma.»
«Ma il ricavo del cotone quest'anno ci renderà altrettanto e più: una mano lava l'altra.»
«Sì davvero, possiamo lodar la sorte che ci ha fatti cadere in piedi.»