In quella notte egli stette pensando e ripensando ai mezzi di poter liberare la diletta sua figliuola dalle mani del Visconti, ma per quanto colla sua mente sagace si sforzasse rintracciarne alcuno, non gli venne però mai trovato. Anzi quanto più durava in questa idea, tanto più vedeva che il caso era assolutamente disperato, e che in vece di provvedere al modo di liberarsene conveniva pensare a darsi pace ed a confortare più che si poteva Valenzia ad accettare quel che voleva la Republica. Ma il dolore, le lagrime, le preghiere della sua figliuola, troppo le stavano nella memoria e nel cuore. E in quanto a lui non reggeva all'idea che la sua figlia fra poco dovesse andar nuora di quel Bernabò, le cui atrocità, magnificate d'aggiunta anche dalla fama, lo aveano sempre fatto inorridire. Amante com'egli fu sempre della patria sua, a tale da mettere la propria vita in qualunque occasione per la difesa di lei, egli aveva sempre ascritto a sua fortuna e gloria l'essere cittadino e patrizio di Venezia; pure in quella notte, per la prima volta, sentì con vera molestia il peso di essere veneziano, e maledisse a chi aveva sancita quella legge assurda e spietata.

Alberigo intanto, veduto come assolutamente si fosse chiuso l'orizzonte ad ogni sua speranza, che in quanto a lui non avrebbe mai più riveduta la povera sua Valenzia, che l'abborrito Visconti l'avrebbe trascinata con sè, si sentì oppresso da un'angoscia così intensa che desiderò di morire. Si ridusse ad una sua casetta che aveva verso il lido, si chiuse nelle sue camere, e gettato l'occhio ad una daghetta acuta che teneva appesa al capezzale, dispose con quella aprirsi le vene e così lasciarsi morire oncia ad oncia. Ma d'uno in altro pensiero, nel fervore della sua aberrazione, pensò che, giacch'egli aveva stabilito uccidersi, gli conveniva dapprima prendere un partito risoluto e impedire, coll'ammazzare il Visconti, che la povera Valenzia avesse ad essere sua sposa. Così fermato, giacchè fra due settimane dovevano compiersi quegli sponsali in San Marco, stabilì mandare a compimento il suo disegno prima di quel termine, e fisso in questo passò la notte mezzo vegliando tra sogni sinistri. Ma un'altra notte lo attendeva assai più funesta di quella. Alcuni dì dopo, in sulle ventiquattro, uscito della sua casa, e recatosi in piazza San Giovanni e Paolo, incontrasi in un servo dell'ammiraglio Candiano: ambedue si fermano.

«Dove vai così di fretta?» gli disse il Fossano.

«Corro pel prete, messere: lasciatemi andare, che non è alcun tempo da perdere.»

«Pel prete, hai tu detto?»

«Dunque non sapete nulla, messere?»

«Nulla io so.»

«Alla signora Valenzia venne stanotte un malore di sì fiera natura che in questo breve spazio di tempo me l'ha ridotta in termine di morte.» E visto che il Fossano rimaneva impietrito a quelle parole, ma pensando più in là e stretto dal tempo, lo lasciò in mezzo della via e corse dritto in San Marco.

Per molto tempo stette là il Fossano più stordito che altro a questo nuovo colpo. Ma poi, più non pensando alle parole di Candiano che gli avevano proibito di metter piede nel suo palazzo, senza saper bene quel che si volesse fare, volle recarsi colà. Vi giunse nel momento che il prete, accompagnato dal servo, saliva sulle scalee del palazzo.

«Messere, siete arrivato troppo tardi,» dissero alcune voci a quel sacerdote. «Ella è passata in questo punto medesimo. Altro non vi rimane che pregare per quell'anima benedetta.»