CAPITOLO III.

Partenza pei Bogos.—In carovana.—Incontro di scimmie.—Paradiso dei cacciatori.—Arrivo alla Missione.—Le propagande.—Il villaggio.—Usi e costumi della popolazione.—Ritorno.—Bellezze del paesaggio.—Fermata a Kalamet.—Nuovamente a Massaua.—Una festa originale.

Per quanto con Ferrari si facessero continuamente gite di caccia, pure la monotonia di questa vita ci stancò, e non sapendo ancora quando si potrebbe definitivamente partire per l'Abissinia, pensammo intanto di andarcene a fare un'escursione nel paese dei Bogos. A noi si associò l'amico Legnani che, pratico del viaggiare in carovana e parlando l'arabo, oltre che simpatico, ci fu pure utile compagno di viaggio. Fissati i camelli e fatti quei pochi preparativi che pensammo necessarii, il giorno 12 lasciammo gli altri compagni, felici di incamminarci ad una vita nuova ed a paesi nuovi.

È uso che il primo giorno non si parta mai la mattina e si faccia solo una breve tappa, quasi a collaudo o correzione del carico dei camelli, per cui anche noi non potemmo ottenere di muoverci prima delle quattro. I nostri camellieri sono biscerini: per tutto abbigliamento un pezzo di tela bianca che avvolta alla cintura scende fino al ginocchio e la notte si stende ad avvolgere tutto il corpo per riparare dall'umido e dal freddo: ai piedi due logori sandali, e per cappello l'originale capigliatura

a ciuffo ritto e a ricci o trecce pendenti, contro la sferza del sole: per provvigione qualche pelle che si riempie d'acqua quando se ne trova, ed una piena di dura: per difesa, pendente dalla spalla sinistra, uno spadone colla guardia a croce in ferro e la guaina allargantesi ad uso freccia verso il basso; uno scudo in pelle da ipopotamo, rotondo, con una sporgenza conica al centro; una lancia alta forse due metri nella mano destra.

Oltrepassata di circa un'ora in direzione nord, la seconda diga, ci fermiamo a Onikullo, grossa borgata abitata da indigeni e da piccoli negozianti che tengono in Massaua i loro affari e passano qui la notte, pretendendo sia meno calda: riempiamo le nostre pelli ad un pozzo pubblico, poi proseguiamo volgendo leggermente ad ovest per fare alt verso le sette in un avvallamento qualunque. Le nostre coperte furono i nostri letti, la volta celeste il nostro tetto: alcuni nuvoloni ci fecero temere un'inaffiata in regola, ma la provvidenza ce la risparmiò.

Aperti appena gli occhi, la mattina seguente, ancora in una semi-oscurità e senza muoverci da dove eravamo, si fecero le fucilate a due jene che tranquillamente passavano a pochissima distanza. Non è molto a temere questo schifoso animale che difficilmente attacca l'uomo, perchè lo teme, e piuttosto si avventa agli animali od ai bambini, sempre ai cadaveri; è tanto ributtante che appena morto è carogna e tutta la sua vigliaccheria genera ribrezzo. Nessuno osa mangiare le sue carni e nemmeno far uso della sua pelle. Radunati i camelli che stavano pascolando, e fatto il carico, ci incamminammo a piedi, precedendo di pochi passi la carovana, sperando di poter fare un po' di caccia, ma ben presto il sole ci fece ricordare che eravamo in Africa, per cui montammo le nostre cavalcature.

Siamo sfortunati nei camelli, che sono piuttosto cattivi, ed uno non soffre alcun movimento di chi lo cavalca: le selle poi sono perfide, ma ormai siamo in ballo e bisogna ballare.