circondati da montagne non molto alte, di natura vulcanica, roccia cupa, molti detriti, acacie nane, qualche grossa euforbia, qualche baobab spoglio affatto di foglie, col tronco enorme e rami tozzi, qualche arbusto dalle foglie grigiastre e carico di grosse pallottole verdi contenenti i semi, e presso l'acqua canneti, papiri ed altra vegetazione che ama l'umidità. Di quando in quando la vallata si restringe fino a lasciare solo uno stretto passaggio fra rocce quasi verticali e poco discoste, per poi ritrovarci in bacini ancora assai vasti. La notte arriva e il procedere lento e cadenzato della carovana assume un aspetto veramente imponente, cui la cantilena dei camellieri che intonano le loro preghiere dà un carattere assolutamente maestoso e misterioso.

Si fa perfetto buio, troviamo passaggi piuttosto difficili, dove i camelli a stento trovano ove posare i loro piedi fatti per calcare le sabbie del deserto: nell'ombra della notte si capisce che bella dev'essere la natura che ne circonda, e come viaggiatori ne duole perderne la vista, ma i nostri camellieri, timorosi forse di fermarsi soli, sono sordi alle nostre domande e ai nostri ordini, e colla scusa della mancanza d'acqua ci fanno camminare fin dopo le otto, fin quando cioè si fermò l'altra carovana. Accampati in un allargamento del letto del torrente vi lasciarono liberi i camelli di andarsene a pascolare, si accesero parecchi grandi fuochi, si fece una meschina cena, e ci sdrajammo in cerca del meritato riposo.

Continuiamo la mattina dopo, alternandosi passaggi stretti ed allargamenti del fondo della vallata per la quale si va risalendo: mentre attraversiamo appunto una di queste gole di pochi metri di larghezza, le cui pareti si elevano a scaglioni basaltici, e la nostra carovana preceduta dall'altra cammina silenziosa e quasi triste, un assalto di acute grida ci scuote dal letargo in cui eravamo quasi caduti, e chiama la nostra attenzione a pochi

passi davanti a noi, dove centinaia di scimmie se ne stavano bevendo attorno ad un pozzo e furono disturbate dal nostro apparire. Fu un fuggi fuggi generale, le più grandi stringendo al seno o caricando sulle spalle le piccine, tutte saltando e arrampicandosi sulle rocce laterali, poi disponendosi sull'estremo ciglio quasi a darsi spettacolo del nostro passaggio: fra noi e loro non saprei davvero chi fu il più divertito.

Dopo qualche ora usciamo in un vasto altipiano, e ci andiamo a fermare verso il mezzogiorno all'ombra di un grosso albero, poco lontano dal quale i nostri fucili ci procurarono qualche faraona pel pranzo. Circa tre ore di sosta, poi nuovamente in cammino: incontriamo una carovana che porta dei prigionieri a Massaua: sono quattro che alternativamente camminano a piedi o salgono due camelli: quelli che stanno a camello sono incatenati alle mani ed ai piedi, quelli che camminano ci destano un vero senso d'orrore: un grosso ramo d'albero lungo circa due metri e terminato a forcella racchiude con questa il collo del condannato e ve lo stringe dietro con intreccio di corde: all'altra estremità è legato alla sella del camello. Nei viaggi in Africa che ho letti, ho visto questo genere di supplizio usato come mezzo di trasporto o meglio di punizione per gli schiavi, e m'aveva inorridito: non mi sarei mai aspettato di vederlo ufficialmente usato da una potenza che la pretende a civiltà, quale l'Egitto. Sapere poi come questi disgraziati sono trattati, per quanto colpevoli, è meglio non ripeterlo, per rispetto a qualsiasi principio di umanità.

Le montagne si vanno facendo più alte, i baobab e le euforbie più numerosi, grossissimi i primi, alte le seconde. Verso le cinque, poco lontano da una stazione di soldati, vediamo nel fondo della valle un recinto con tracce di coltivazione e qualche capanna: è l'abitazione di due francesi che vi stanno tentando una speculazione, di cavare cioè del filo dalle foglie di cespugli

comunissimi in questa località che porta il nome di Kalamet. Noi oltrepassiamo, ed alternata ancora la roccia colla sabbia, ci fermiamo a notte fatta nel letto del torrente asciutto. Ci vien detto essere le vicinanze molto abitate da leoni, e quindi utile prendere le necessarie precauzioni: invece di lasciar liberi a pascolare i camelli, si dispongono in un circolo attorno al quale si accendono sei grossi fuochi, che qualcuno dei camellieri veglia a tener nutriti tutta la notte.

Questo accampamento in luogo perfettamente isolato e selvaggio, il mistero della notte, l'apprensione per quel che poteva forse succedere, e l'emozione del poterci veder davanti quei due occhioni scintillanti senza le barre di ferro che ce ne separino, un ascoltare ansiosi ad ogni muover di foglia, la cantilena dei camellieri che sparsi a gruppi stavano preparandosi con pochi grani di dura la loro cena, la luce delle enormi fiamme che innalzavano grosse colonne di fumo e spandevano i loro raggi luminosi sulle foreste che da ogni lato ci circondavano, tutto questo, ripeto, formava uno spettacolo veramente imponente e fantastico. Lo contemplammo lungamente, poi ci sdraiammo coi nostri fucili al fianco e cercando addormentarci con un occhio aperto, ma la stanchezza la vinse ben presto. S. M. il re delle foreste non venne a turbarci i nostri sonni placidi e solo verso l'alba un muoversi confuso fra le piante ci fece balzare e mettere in guardia, ma non era che un innocente cignale che se ne andava facendo la sua passeggiata mattutina.

Fu questa la nostra sveglia, e poco dopo riprendemmo il nostro itinerario, lungo il quale incontriamo spesso dei cimiteri di tribù nomadi che vi tennero le loro tende. Le tombe consistono di un ammasso conico di pietra o di un largo circolo segnato pure da pietre, con un tumulo al centro; generalmente si copre la tomba con piccole pietre di quarzo bianco; se la tomba è di fresca data, è circondata da una siepe di rami spinosi per tenervi

lontana la jena, ed allora ogni fedele che passa vi recita una prece e vi aggiunge un sasso.