Soldato abissinese
Il costume generale dell'Abissinese è lo scemma, specie di lenzuolo bianco attraversato da una striscia scarlatta di cinquanta centimetri di larghezza: il bianco si ottiene da cotone coltivato in alcune provincie, filato e tessuto in paese, il rosso è filo importato d'Europa, e come per questo motivo è la parte più costosa, i poveri lo sopprimono e più si avanza nell'interno, più si restringe, diventando maggiormente caro pel trasporto. Il genere dell'abbigliamento e l'eleganza del modo di indossarlo portata
dall'abitudine, lo rendono quanto mai pittoresco: le persone più agiate o che occupano alte cariche vi aggiungono una semplice camicia od un paio di calzoncini in tela bianca: il povero è meschinamente coperto da un cencio qualunque o qualche volta da una semplice pelle alla cintura: i bambini spesso come natura li fece. Le donne si fanno una piccolissima treccia che gira sul fronte e scende dietro le orecchie, e pettinano il resto della testa con una massa di treccine che partendo dal fronte, nel senso longitudinale del capo, scendono a radunarsi alla nuca. Gli uomini portano capelli corti, o in segno di distinzione cinque grosse trecce che pure scendono dal fronte alla nuca, e questo serve a dar loro aspetto assai marziale. Le prime spesso, i secondi qualche volta, uno spillone d'argento conficcato nei capelli. Le ragazze, in segno della loro verginità, portano una larga tonsura che tutta occupa la nuca e lascia solo un anello di capelli all'ingiro. Il costume comune alle donne è una camicia di tela ricamata a strani disegni con fili colorati, sul davanti, attorno al collo e alle maniche. Spesso hanno braccialetti anche ai piedi, piccoli orecchini e originalissime collane in argento. Alle dita molti anelli grossi ma lisci. L'uomo porta raramente monili: alle volte qualche anello d'argento alle dita: spesso però gli pende dal cordone azzurro, che in segno di cristianesimo porta al collo, un grosso anello in bronzo od argento, e, cosa curiosissima, uno spazza-orecchie alle volte abbastanza elegante, ma del quale credo che l'uso sia poco meno che ignoto. Comunque sia è strana la presenza di questo unico strumento da toeletta che sia conosciuto in paese.
Il D'Abbadie appoggia molto sul modo di vestirsi e sulle conseguenze almeno apparenti che ne derivano nei costumi per trovare un certo nesso fra gli Abissinesi e gli Etruschi, i Romani e i Greci, e come i Romani distinguevano la Gallia togata, la Gallia bracata e la Gallia comata, vorrebbe che l'Etiopia
fosse quella che dal costume potrebbe dirsi Africa togata. Finamente poi osserva come anticamente i soldati acquistavano diritto a farsi una treccia per ogni nemico ucciso o fatto prigione, e dieci fatti simili permettevano di fare a trecce tutta la testa e vede nell'attuale uso abissinese una tradizione di questo costume.
Non si coprono mai il capo e marciano sempre scalzi, solo usando dei sandali quando hanno i piedi piagati. Vivono molto parcamente, chè il loro nutrimento abituale è pane con berberi, pastina ottenuta da peperoni rossi essicati e cipolle pestati insieme, che qualche volta riscaldano con farina di ceci e ne fanno così una pietanza assai forte nella quale intingono il pane. Solo in circostanze particolari mangiano carne, quasi sempre da bue, e la preferiscono cruda, di animale appena ucciso. Sono ghiottissimi di questo pasto selvaggio che chiamano brundò: qualche volta abbrustoliscono le carni sulla bragia. Indolenti per carattere, il loro primo scopo è il dolce far niente, ma l'attività non manca loro e in caso di necessità sono capaci di fatiche e di privazioni straordinarie. Con pochi pugni di farina vivono e camminano intiere giornate, e il giorno che possono sgozzare un bue lo divorano materialmente, empiendosi fino al punto di non potersi quasi più muovere.
Come bibite hanno la birra, liquido torbido ed acidulo che si ottiene dal fermento di acqua con pane o grano abbrustoliti. Più usato è il tecc ottenuto dal fermento di acqua, miele e foglie di ghessò o radici di teddò, arbusti che crescono allo stato selvaggio e che qualche volta si coltivano all'uopo. Il più delicato è quello che si ha dalle foglie di ghessò: come usano questa bevanda nel momento della sua maggiore fermentazione, assai facilmente se ne ubbriacano.
Qualche arabo ha introdotto in paese l'uso di distillare il grano di dagussà, dal quale ricavano una specie di acquavite, di che sono assai ghiotti, e che chiamano arachi.