Prete cofto d'Abissinia
Per speciali divozioni, il re può far proclamare altri digiuni. Le funzioni religiose hanno luogo generalmente la notte, e nelle feste speciali con gran pompa. La popolazione è molto religiosa in apparenza, ma mi pare assai poco nella sostanza, come pure sono fieri d'esser cristiani, ma in realtà lo sono di nome più che di fatto. I preti devono saper leggere, è un lusso se sanno scrivere, e dando un piccolo esame davanti al vescovo od a chi ne fa le veci, vengono investiti del sacro ordine: nelle chiese insegnano poi a leggere e commentare le sacre scritture a dei ragazzi che a loro volta diventano i successori. È loro concesso di ammogliarsi, ma in caso di vedovanza non possono passare a seconde nozze.
Per vivere è loro destinato un tributo sui terreni appartenenti al villaggio cui sono addetti, e ricevono offerte private. Vestono uno scemma tutto bianco e un turbante pure bianco, rare volte giallo. Portano sempre una croce in ferro colla quale si fanno il segno della croce. Conoscono la propria ignoranza e temono il confronto di qualunque altro sacerdote, per cui sono i più terribili nemici di qualunque influenza europea, immaginando che dietro l'ambasciatore o il commerciante, venga subito il ministro della fede. Nella celebrazione della messa stanno racchiusi nel camerino interno della chiesa, talchè non sono visibili agli occhi del pubblico: all'esterno però vi sono sempre altri preti e chierici che coll'originale turibolo tutto a campanelli, col loro speciale campanello, con canti e gridi fanno un baccano che somiglia più ad una ridda infernale che ad un sagrificio religioso.
Nella società non vi sono grandi distinzioni di classi. Solo
ai tempi di D'Abbadie e di Rüppel esisteva ancora una certa organizzazione, si usavano certe etichette nei ricevimenti, nei costumi trasparivano principii di eleganza, di effeminatezza: si parlava allora di tinture agli occhi, di profumi sulla testa, si adoperava un elegante ed originale bornus da signora in seta azzurra e gialla con ricami caratteristici a colori. Cose tutte che oggi sono quasi scomparse perchè le continue guerre hanno devastato il paese, e la miseria generale ha portato la trascuratezza del superfluo e la svogliatezza dell'attendervi.
Oggi mi pare che l'abissinese può dividersi in tre categorie: quelle dei così detti grandi che hanno cariche civili, militari o religiose: quella dei benestanti, se così si possono dire, che corrispondono al nostro medio ceto, e che per eredità di famiglia, per speciali favori o per ricompensa ebbero dal re il dono di terre, e dal ricavo di queste vivono: l'ultima classe è la povera, anzi poverissima, quella degli agricoltori, se così si possono chiamare quelli che grattano un po' di terreno per spandervi del grano e senz'altro raccoglierne i frutti qualche mese dopo. Questa classe, che infine è quella che pensa alla sussistenza di tutti quanti gli Abissinesi, è ritenuta l'infima e quasi tenuta in conto di spregio, chè in paese considerano il coltivare la terra come il più basso grado di avvilimento per un uomo. E pensare che sono i soli individui, si può dire, che in Abissinia lavorano. Chi vi si adatta sono i pochi che annidano sentimenti umani nel cuore e preferiscono le affezioni della famiglia alle emozioni delle armi, e della vita errante, oppure quei disgraziati seminudi e semi-schiavi che non poterono mai giungere a procurarsi un cencio ed un'arma tanto da rendersi capaci di seguire un corpo qualunque d'esercito. Questo è la vera piaga del paese, che essendo il soldato mantenuto e godendo del beato far niente tutta la giornata, il sogno d'ogni abissinese è di diventarlo, e tutte le braccia robuste sono così tolte all'agricoltura.
Il carattere dell'abissinese varia molto a seconda delle province e delle classi sociali. Così nel Tigré è più fiero e ardito, nell'Amara calmo e serio, nello Scioa cortese ed elevato, almeno a quanto potei giudicare da parecchi scioani venuti in Adua.
La più alta classe sociale, sia per natura, sia per ambizione, sia perchè lo ritiene un dovere, volendo farsi credere educata con degli Europei, è generalmente affabile, ospitaliera. Il ceto medio vorrebbe esserlo, ma non può o non sa esserlo, e tutte le gentilezze, i tratti di generosità che per lo più vi usa, cerca di averli materialmente compensati ad usura. La classe povera è piuttosto buona e sarebbe ospitaliera se non la trattenesse dall'esserlo la gran miseria e la paura costante d'esser vittima degli abusi del paese. Quando viaggiano carovane per ordine o servizio del Governo o del re, che è poi la stessa cosa, oppure compagnie di soldati, hanno diritto d'essere mantenuti in ogni villaggio che si trova sulla loro via, e come hanno una certa impunità e nessuna riservatezza, non si accontentano di vivere, ma dove toccano portano la devastazione.
Entrano nelle case, fanno sgombrare gli uomini, obbligano le donne a far pani, tecc, a dar loro miele, latte e tutto quel poco che si può avere, poi spesso abusano di questa ospitalità forzata e non rare volte si divertono ad insaccare o buttar via per malvagità o dispetto le provviste che a questi miserabili dovevano servire fino alla fin d'anno. Da questo deriva che la povera popolazione è diffidente, quando vede arrivare una carovana scappa, nasconde le provvigioni, rifiuta ogni cosa, e spesso dovemmo durar fatica a persuaderli che eravamo galantuomini e che volevamo pagare quanto cercavamo.