Le corse consistono in sfide parziali di cinque, sei, sette o più cavalieri che galoppano contro una schiera di altrettanti nemici, e giunti all'altezza opportuna, gettano con meravigliosa destrezza un bastone che tien luogo di lancia, e rivoltano precipitosamente il cavallo in ritirata; la parte avversaria cogli scudi si difende dalla grandinata di lance, che vede venire in sua direzione, e quindi insegue il nemico che a sua volta fuggendo è obbligato con destri movimenti del cavallo o collo scudo suo a difendersi dagli attacchi.

È veramente ammirabile la destrezza colla quale girano il cavallo a corsa sfrenata, e intanto si difendono col rivolgersi a vedere da qual parte sopraggiunge il nemico, portando lo scudo da destra a sinistra, dall'avanti all'indietro, dal basso alla testa.

Il re di quando in quando monta a cavallo e fa un giro gettando la sua lancia che molti si fanno premura di raccogliere, cui però nessuno osa rispondere. Belli i cavalli, belli i cavalieri, belle le manovre, pittoreschi quanto mai questi scemma elegantemente gittati sulle spalle e che svolazzano correndo, questi scudi

ornati da placche d'argento, queste camicie o manti di distinzione in seta a colori diversi e vivaci, queste bardature ornate con pelli, stoffe o metalli, questi collari a fettucce scendenti in pelle di leone, di leopardo o d'altro, a seconda del grado di distinzione, queste teste brune e ardite, cui aggiunge ancora maggior tipo la pettinatura propria ai guerrieri. Un misto di selvaggio, d'orientale e di medioevale, qualcosa che ricorda la descrizione della sfida di Barletta e il quadro che ad illustrazione ne fece lo stesso d'Azeglio. Scene grandiose che volendole descrivere portano confusione, ma che lasciano un'impressione indelebile.

Alla partenza fu pure fantastico il seguito del re di centinaia di cavalieri e di migliaia di soldati che confusamente lo seguivano galoppando, correndo, gridando. Salutammo S. M. che gentilmente ci rispose portando la mano al fronte.

Le distinzioni concesse dal re ai suoi soldati per fatti militari, consistono in collari con lunghe fettucce scendenti, oppure larghe strisce che si portano unite allo scudo, in pelli d'animali diversi, e dalla qualità di queste dipende il grado di distinzione. Così primo è il leopardo nero, riservato alle teste coronate, poi il leone, il leopardo comune, la capra bianca o nera.

I giorni passano presto e interessanti, chè girando l'accampamento, ad ogni passo si entra a far visita a qualche grande o capo religioso o militare, e sempre vi sono quadri nuovi, sempre nuovi costumi ad osservare. Anche noi riceviamo spesso visite e queste sono piuttosto monotone e noiose, chè tutti vogliono medicine o regali di qualche camicia od oggetto qualunque, e sempre bisogna fare esposizione di tutto quanto abbiamo. Quello che desta maggior interesse e ammirazione sono le armi e fra queste una bella carabina americana, semplice ed elegante, a ripetizione, sistema Winchester, che avevo portato per mio uso. Ne fu parlato al re e fui pregato mostrargliela, anzi, mi si fece capire che avrei dovuto fargliene dono. Mi doleva privarmene,

ma bisognava rassegnarsi, d'altronde il dolore del distacco era mitigato dalla compiacenza di presentarla a chi m'aveva ispirato un certo senso di simpatia. Aggiunsi allora al dono un revolver molto bello che tenevo appunto per una simile occasione, e la mattina della domenica 25 fummo invitati a presentarci a Sua Maestà. Ci riceve nella capanna grande; rimpetto all'entrata, a sinistra, sta il re sul suo solito divano posto davanti al trono; a pochi metri su un tripode quadrangolare di ferro ardono legne odorose; a destra, lungo la parete, colle teste rivolte al centro, sono i cavalli e le mule di S. M.; attorno tutti quanti i dignitari di Corte e i grandi ufficiali; il suolo è tutto sparso di erbe fresche.

Si fa la presentazione delle mie armi che parvero molto gradite; presa la carabina fui invitato a mostrarne i movimenti che il re ammirò e subito comprese; la caricò e mi pregò andare sulla porta e sparare il primo colpo; vedendo il revolver disse: questo è lavoro italiano, perchè, come mostrò, ne teneva un altro dello stesso sistema donatogli da re Menelik che lo aveva avuto dal nostro capitano Martini. Dissi una bugia, ma lasciai che ritenesse questa buona opinione delle industrie nostre.

Il re era questa volta più animato del solito e ne potemmo distinguere tutti i lineamenti; la testa pettinata a trecce in cui è conficcato uno spillone d'argento; pochi baffi corti e poca barba sotto il mento, fronte molto fuggente, occhio penetrante, naso leggermente aquilino, sorriso benevolo, ma serio; zigomi assai pronunciati; in complesso i tratti piuttosto caratteristici e fisonomia cordiale, ma severa; ha 44 anni ed apparentemente tanti ne mostra.