sud-ovest, attraversiamo per lungo tratto l'accampamento, passiamo ai piedi dell'altura sulla quale sta la chiesa del Salvatore con gran sfarzo cominciata da Teodoro, proseguiamo, discendendo entro un vallone, più ad ovest, ed alle cinque la guida ci consiglia fermarci presso alcune capanne, dicendo essere lontani altri villaggi. La sera ci portano pani, burro, uova, birra e una gallina.

Mercoledì 28. Discendiamo per vallate assai popolate e coltivate, verdeggianti di pascoli e di folta vegetazione. Predominano acacie, lauri, gelsomini, rose, muse e cento altre varietà che non so qualificare. In molti punti il sentiero è cattivo sia per la ripidità, sia per le pietre e i rami che lo ingombrano e non permettono di passarvi sotto a cavallo. Alle due, in un punto ove la vallata si allarga, vediamo molta gente radunata ad un mercato: ci fermiamo per comperare del caffè, ma la nostra apparizione produce un tal panico che tutti i venditori raccolgono le loro merci e se le portano via lasciandoci pienamente padroni del terreno.

Mezz'ora ancora, e facciamo sosta al villaggio di Dora a circa 2100 metri. Il capo ci si mostra cordialissimo e vuole che accettiamo una capanna per la notte, amabilità troppo spinta, chè preferiamo la tenda, ma il rifiuto sarebbe offesa. Notte infernale: abbiamo a compagni una raccolta di donne, uomini, bambini, cani, gatti, galline, e una miriade di insetti d'ogni specie che non ci lasciano chiudere occhio; io per di più soffro immensamente all'indice della mano destra, che da qualche giorno ha cominciato a tormentarmi.

La mattina seguente il capo del villaggio viene a complimentarci, e dichiara di volerci accompagnare qualche poco: sarà in parte effetto di cortesia, ma si deve un pochino anche attribuirlo al desiderio che ci espresse d'avere della polvere da fucile. Dopo un'ora di discesa vuole ci fermiamo all'ombra di

un gruppo di palme per prendere del latte che fa portare da pastori suoi dipendenti. Attraversiamo quindi una vasta pianura, discendiamo per vallate attraversando diversi torrenti che mandano le loro acque al lago; abbiamo buona caccia di oche e gazzelle. Verso le quattro ci fermiamo presso alcune meschine capanne che non ebbero forse mai neppur l'onore del battesimo.

Venerdì 30. Larghe vallate con moltissima vegetazione: ficus giganteschi, sempre le eleganti acacie, tornano gli alberi di gardenie. Scorgiamo il lago vastissimo, con qualche isola, attraversiamo fittissime boscaglie, e poco dopo mezzogiorno ci si presenta Corata, la capitale, per così dire, del lago Tzana. Essendo questa una città tenuta in conto di mezza santità, per le etichette usate ci fanno scendere da cavallo, consegnare i fucili ai servi ed aprire i nostri ombrelli, ciò che pare accresca la grandezza e la dignità, e così avanziamo verso il villaggio che si presenta grande, ben disposto fra folta verdura, su una altura che quasi a penisola si protende nel lago e ne delinea un piccolo golfo. Peccato che sia per bassi fondi, sia per le piogge del Goggiam, da dove vi scolano le acque, queste non appaiono troppo limpide. Il lago è assai vasto e sparso di parecchie isole fra cui alcune popolate e tenute in conto di sacre. La sua lunghezza è di quasi cento chilometri, per circa cinquanta di larghezza e quasi trecento di circonferenza. Il villaggio è originalissimo: ogni capanna è rinserrata in un cortile e circondata da folte boscaglie, e le viuzze tutte fiancheggiate da mura o da verdi siepi e ombreggiate da alberi giganteschi: crescono spontanei il caffè, la musa, le palme, il limone, il ricino che raggiunge grandissime proporzioni, parecchie dracene, gli aranci e mille altre varietà di piante rare per noi e che ben coltivate potrebbero esser fonte di grandi ricchezze e benessere. L'elevazione è di 1900 metri sul mare. Andiamo dal capo del villaggio che ci fa aspettare una buona mezz'ora fuori la porta, poi ci riceve nel

suo cortile, seduto con grande importanza su una pelle da gazzella.

Corata—Lago Tzana

Accoglienza fredda; non vuol riconoscere l'autorità della nostra guida. Lo riduciamo però a miglior consiglio, e come noi pensavamo stabilire qui il quartier generale per fare delle escursioni sul lago, domandiamo d'avere un tucul, disposti a pagarne l'affitto. Pareva le cose si disponessero per bene, quando arrivano un paio di preti a mettere dei bastoni nelle ruote; ci fanno perdere del gran tempo in discussioni, poi ci invitano di seguirli alla chiesa dove si deciderà. Vi suonano le campane e arriva una ventina di sacerdoti che cominciano a questionare fra loro e colla nostra guida. Le cose vanno per le lunghe e la pazienza scappa anche ai santi, per cui in modo risoluto faccio capire che sono disposto a pagare, ma voglio e subito una casa, altrimenti farò le mie lagnanze al re. Per tutta risposta mi dicono d'andarcene al lago a cacciare l'ippopotamo, che nel frattempo loro decideranno. Siamo stanchi, rispondo, e vogliamo riposare e non cacciare per ora, e pretendo mi diate una casa. Ci fanno allora accompagnare ad una capanna che ci dicono destinata, ma alcune donne strillano e non vogliono permetterci d'entrare: c'era un morto. Indispettiti torniamo alla casa del capo, piantiamo la nostra tenda nel suo cortile e dichiariamo che non ci muoveremo se non ci sarà data una buona abitazione.