— Saran tutti tuoi, — diceva zia Bachisia, — abbi pazienza, sta attenta, quando gli angeli verranno a portarla in paradiso, e saranno tutti tuoi.
Giovanna tossì, si graffiò la nuca, e riprese con cupo ardore:
— Che mi caccino pure, non me ne importa. Ecco, il segretario comunale dice che io sono la vera moglie di Brontu, ma a me sembra di viver con lui in peccato mortale. Ricordate come ci siamo sposati? Di nascosto, al buio, senza un cane, senza dolci, senza niente. Giacobbe Dejas, che egli sia strozzato, rideva e diceva: «ora viene il bello». Ed il bello è venuto.
— Senti, — disse zia Bachisia, con voce bassa ma energica, — tu sei sempre matta. In fede mia, tu lo sei stata sempre e lo sarai sempre... Perchè ti disperi? Per delle sciocchezze. Tutte le nuore povere devono vivere come vivi tu. Verrà anche per te il tempo della raccolta: abbi pazienza, sii obbediente, vedrai che tutto passerà. D'altronde, vedrai che appena nascerà il bambino le cose muteranno.
— Non muteranno affatto. E almeno, almeno... non avessi fatto dei figli! Essi mi legheranno a questa pietra che mi trascina e mi schiaccia. Ebbene, volete sentirlo! Il mio vero marito è Costantino Ledda...
— Tu vacilli, anima mia! Taci, od io ti turo la bocca...
— ... e se anche torna io non potrò riunirmi a lui perchè avrò dei figliuoli...
— E io ti turo la bocca! — ripetè zia Bachisia, fremente, alzandosi in piedi, stendendo la mano, come per eseguire l'atto; ma non ce ne fu bisogno, perchè Giovanna vide la suocera attraversare lo spiazzo, e tacque.
Zia Martina camminava e filava, e s'avvicinò lentamente alle due donne.
— Al fresco? — disse, guardando sempre il suo fuso girante.