Era di maggio. La grande vallata dell'Isalle, di solito così severa, coperta di altissime erbe, di macchie fiorite, di campi d'orzo che ondulavano alla brezza come drappi d'oro verdognolo, rideva alla primavera, simile ad un vecchio selvaggio, ubbriaco di sole e di profumi, copertosi per ischerzo di fronde e di ghirlande.
Fischi acuti e liquidi di uccelli canori gorgheggiavano come note di flauto nell'immenso silenzio della valle, quasi fondendosi con la fragranza dei narcisi e delle ginestre. E narcisi e ginestre, i cui grandi cespugli fioriti pareva fossero stati immersi in un bagno d'oro liquefatto, s'abbandonavano sull'orlo dei ciglioni, come intenti a guardare il fondo della valle.
Una fata immensa era passata, stendendo tappeti di fiori violetti, fantasmagorie, fragranze. Certe praterie erbose, picchiettate di ranuncoli, da lontano parevano lembi di lago verde riflettente il cielo stellato. I radi alberi ridevano e bisbigliavano alla brezza.
Era appena tramontato il sole. Il cielo ad occidente aveva il colore della pesca matura, mentre ad oriente ed al nord le montagne posavano come enormi pietre preziose sopra una fascia di raso lilla.
Costantino Ledda, scarcerato poche ore prima a Nuoro, ritornava a piedi al suo paese, scendendo la valle senza affrettarsi, con una piccola bisaccia di tela sulle spalle. Qualche volta si fermava, guardando di qua e di là dal sentiero, e pensava:
— Oh, oh, — la valle mi sembra più piccola, ora. Sarà perchè ho visto il mare.
Egli era invecchiato, sbarbato, molto bianco in viso, ma non aveva affatto un'aria tragica come gli sarebbe convenuta. Ritornava solo ed a piedi perchè non aveva avuto modo d'indicare il giorno preciso della sua scarcerazione; altrimenti qualche parente o qualche amico non avrebbe mancato d'andargli incontro. Inoltre l'impazienza di rivedere il paesello lo urgeva.
Scendeva, scendeva. Era quasi allegro, forse perchè a Nuoro aveva bevuto del vino, provvedendosene anche per il viaggio. Nello scendere le gambe qualche volta gli si piegavano, ma egli non si turbava per così poco.
— Ecco, — pensava, — quando non ne posso più, mi sdraio e dormo. Ho del pane e del vino nella bisaccia. Che altro occorre? Io sono libero come gli uccelli. Ah! sì, sono celibe. Guarda che cosa curiosa! Una volta avevo moglie, ora sono scapolo.
Gli parve di ridere internamente. E scendeva e scendeva, ora guardando il sentiero giallognolo tracciato fra l'erba alta, ora guardando gli uccelli, che avevano destato il suo paragone e che volavano bassi, quasi sfiorando il suolo, ritirandosi nelle macchie per dormire. Ricordò la vecchia gazza del reclusorio e sentì qualche cosa scioglierglisi entro il petto.