— Perchè sono tornato qui?
— Io me ne andrò, — diceva al pescatore, nella quiete infinita dell'altipiano, chiusa dagli sfondi dell'orizzonte d'un azzurro-carnicino, sui quali i selvaggi boschi di corbezzoli sorgevano come una nuvola verde. — Io ho scritto al mio amico Burrai. Egli può tutto, sapete: se anche fossi stato colpevole, egli mi avrebbe fatto graziare dal re.
— Questo me lo hai già detto, — rispose un giorno Isidoro, mentre stava con le vecchie gambe scarne e pelose entro l'acqua giallastra. — Ora sono seccato di sentirtelo ripetere; ma intanto colui non ti risponde.
— Egli cercherà il posto per me. Sì, me ne andrò. Ma ditemi la verità, perchè il prete vuole che me ne vada? Ha paura che io ammazzi Brontu Dejas?
— Sì, per ciò appunto.
— No, non è per questo. Io gli dissi: prete Elias, lei capisce che se avessi voluto ammazzare qualcuno l'avrei fatto subito. Ed egli ripete sempre: Vattene, vattene, è meglio. — Che cosa dite voi, zio pescatore: devo andarmene o no?
— Io non so niente, — disse l'altro con rimprovero. — Ciò che so è che tu sembri un cane accidioso. Perchè non lavori, dimmi, perchè pensi a questo tuo Burrai, cattiva lana, il quale, d'altronde, non pensa a te?
— Ah, egli non pensa a me? — disse Costantino offeso. — Ecco che io vi farò vedere se egli pensa o no a me. Ecco qui!
Si alzò, trasse una lettera dalla tasca interna della giacca, e cominciò a decifrarla; era del Burrai, il quale scriveva da Roma, dove aveva impiantato un piccolo spaccio di vini sardi. Naturalmente il re di picche ingrandiva le cose, diceva di essere proprietario d'un gran deposito di vini; offriva ospitalità a Costantino, rimproverandogli di non essersi fatto trasferire a Roma, e gli assicurava del lavoro. Gli occhi azzurri del pescatore s'aprirono, infantilmente meravigliati.
— Oh guarda, oh guarda! — cominciò a dire. — Perchè non lo dicevi prima? Perchè nascondevi la lettera? Quanto occorre per andare a Roma?