— Sì, egli ha dormito, ma sognava, sognava. Diceva: Il peccato mortale.
— Ah, quel suo peccato mortale, che egli vada al diavolo!... — disse zia Bachisia. — Dovrebbe finirla!
— Mamma mia, perchè lo imprecate? Non è egli abbastanza maledetto dalla sorte? — mormorò Giovanna.
Ritornate fuori, le due donne attesero l'uscita dell'accusato. Quando Giovanna vide i carabinieri che dovevano condurlo alla Corte, cominciò a tremare convulsivamente, sebbene anche i giorni avanti l'avesse visto uscire fra di loro. I suoi occhi neri s'allargarono, fissando il portone con uno sguardo pazzo. Minuti d'attesa spasmodica trascorsero: la bocca della sfinge si socchiuse ancora e fra i gendarmi dal viso grigio di granito e i lunghi baffi neri, apparve la figura di Costantino. Era alto ed agile come un giovane pioppo: due bende di capelli neri, lucidi e lunghi, incorniciavano il suo viso sbarbato d'una bellezza femminea, sbiancato dalla prigionia; aveva due grandi occhi castanei e una piccola bocca di fanciullo innocente. E la fossetta sul mento: sembrava un giovine Apollo.
Appena vide Giovanna, sebbene anch'egli aspettasse quel momento, si fece ancora più bianco e si fermò resistendo ai soldati. Giovanna gli si precipitò davanti e singhiozzando gli strinse la mano incatenata.
— Avanti, — disse un carabiniere, con voce dolce, — tu sai che non è permesso, buona donna.
Ma anche zia Bachisia s'era avvicinata, saettando il gruppo con lo sguardo dei suoi piccoli occhi verdi. I carabinieri si fermarono un istante, Costantino disse con voce ferma, quasi lieta:
— Coraggio! coraggio! — ed ebbe la forza di sorridere a Giovanna.
— L'avvocato ti aspetta là, — disse zia Bachisia mentre i carabinieri respingevano dolcemente le due donne.
— Buone donne, andate via, andate, — dissero, trascinando via l'accusato. Egli sorrise ancora a Giovanna, mostrando i denti bianchissimi fra le labbra fresche ma pallide, e s'allontanò fra le due figure che sembravano di granito.