Apparve un bel viso tondo e rosso, circondato da folti capelli neri scarmigliati, con due occhi neri gonfi e lucenti di pianto, e due sopracciglia nere foltissime, congiunte, arruffate.
— No! No! — gridava Giovanna, dibattendosi. — Lasciatemi pianger sulla mia sorte, zia Porredda mia...[1].
— Che sorte o non sorte! Alzati.
— Non mi alzo! Non mi alzo! Lo condanneranno a trent'anni per lo meno. Voi non capite dunque che lo condanneranno a trent'anni?
— Questo sta a vedersi. Eppoi, cosa sono trent'anni? Ma tu sembri un gatto selvatico, sai?
L'altra strillava, si strappava i capelli, colta da un accesso di disperazione selvaggia. E gridava:
— Trent'anni! Cosa sono trent'anni? La vita di un uomo, zia Porredda mia! Voi non capite niente, zia Porredda! Andatevene, andatevene, lasciatemi sola, per amor di Cristo, andate via...
— Io non vado via! — protestò zia Porredda. — Un corno! Sono in casa mia, io! Alzati, figlia del diavolo, finiscila, che ti fa male! Aspetta a domani a strapparti i capelli, chè tuo marito non è ancora ai lavori forzati.
Giovanna riabbassò la fronte, e riprese a piangere un pianto calmo, accorato, che spezzava il cuore.
— Costantino mio, Costantino mio, — diceva con nenia, come cantano le prefiche davanti ad un morto, — tu sei morto per me, io non ti riavrò mai più, mai più. Quei cani rabbiosi ti hanno preso e legato, e non ti lasceranno più andar via. E la nostra casa resterà deserta, e il letto sarà freddo, e la famiglia andrà dispersa. Bene mio, agnello mio, tu sei morto per il mondo, così siano morti coloro che ti hanno legato!