— Essi sono stupidi. Stupidi! Sardi asini! — pensava il re di picche. — Perchè glielo scrivono? Che può far egli se non battere la testa contro il muro?
Non consegnò la lettera, ed ogni volta che vedeva il condannato lo guardava con profonda compassione, felice, per conto suo, di sentirsi così buono.
Il bambino morì tre giorni dopo, e Costantino ne ricevette direttamente la notizia. Pianse in silenzio, nascondendosi, e davanti ai compagni di lavoro e di sventura volle mostrarsi forte. Arnolfo Bellini, quello che aveva l'amante ammalata, saputa la disgrazia del condannato sardo, cominciò a piangere in modo strano, con certi strilli da gallina; e il suo visetto grigio di bambino vecchio era così ridicolo nel pianto, che l'abruzzese, quello che litigava sempre col fratello, si mise a ridere. Un altro condannato punse con la lesina la coscia dell'abruzzese. Costui cessò di ridere e trasalì, disse — ahi! — e non protestò.
Costantino guardò meravigliato il Bellini, scosse il capo, si mise a lavorare. Tutti tacquero, e il settentrionale si calmò perfettamente. Sotto la volta bassa biancheggiava una luce cruda, proveniente dal cortile ombreggiato: il caldo intenso traeva un acuto odore dal cuoio, dalle mani sudate e dai piedi dei condannati.
Questi condannati erano tredici, continuamente sorvegliati da un guardiano alto, dai baffi rossi, che non parlava mai. Per la divisa, per i capelli ed il viso raso, per la stessa espressione un po' attonita del volto, i condannati si rassomigliavano, parevano fratelli o almeno parenti; eppure mai come in quel giorno Costantino si era sentito più estraneo, più lontano dai suoi compagni di pena.
Egli cuciva, cuciva, curvo, con una scarpa fra le gambe, sul grembiale di cuoio. Di tanto in tanto guardava attentamente la scarpa, poi tornava a cucire, tirando lo spago con ambe le mani, quasi rabbiosamente. Ah, sì, bisognava lavorare, ora che il bambino era morto. Aveva egli amato molto il bambino? Non sapeva; forse non molto. L'aveva veduto una volta sola a Nuoro, attraverso la rete metallica della stanza dei colloqui, in braccio a Giovanna piangente. Il bambino aveva un visetto rosso, un po' scabroso come certe albicocche mature, e gli occhietti lucenti e violacei come due acini d'uva, velati dalla frangia dello scuffiotto. Durante il colloquio aveva pianto e strillato, pauroso dei guardiani immobili e rigidi, e di quella rete metallica alla quale si aggrappavano le sue manine rosee convulse.
Costantino non serbava altro ricordo del figliuolino. Gli anni erano passati, ed egli se lo immaginava sempre piangente, rosso, con gli occhietti violacei nascosti dalla frangia dello scuffiotto rosso. Ma aveva sempre pensato all'avvenire, quando Malthineddu sarebbe stato grande e avrebbe saputo condurre il carro, montare a cavallo, seminare, mietere; conforto ed aiuto della madre sua. Ah! egli, il condannato, sperava sempre di tornar presto al suo paese; ma se qualche volta sentiva che questa speranza era vana, pensava tosto a suo figlio. E lo amava per amor di Giovanna più che per quell'affetto egoista che nasce dall'abitudine e dalla vicinanza.
Ora il bimbo era morto. Il sogno morto. Sia fatta la volontà del Signore. Ma Costantino soffriva profondamente pensando al dolore di sua moglie.
Il re di picche, quando quel giorno rivide il suo caro compatriota, all'ombra calda del muro, s'avvide subito che Costantino soffriva più per sua moglie che per la morte del bimbo. Ma, strano conforto, cominciò a dirgli con ironia:
— Ebbene, mio caro, tu sei pazzo a desolarti così. Pensa a te, pensa che se il Signore, come tu dici, ha richiamato a sè l'anima innocente, lo ha fatto forse per il suo bene.