Fu condotto in una stanza polverosa, ingombra di scaffali pieni di cartaccie: i vetri sporchi eran chiusi; dietro i vetri s'incrociava una inferriata rossa; dietro l'inferriata si vedeva il cielo nuvoloso che pareva pur esso coperto di polvere. Nella stanza, seduto davanti una scrivania alta e polverosa, un uomo scriveva. Aveva tante, tante carte davanti; spariva quasi fra le carte e la polvere. Vedendo il condannato sollevò il viso, un corto viso roseo col piccolo mento interamente coperto da due spioventi baffi biondi. Fissò Costantino con gli occhi grandi, d'un azzurro latteo, rotondi ed immobili, ma parve non vedere il condannato perchè si rimise a scrivere rapidamente.

Costantino, che conosceva già quell'uomo, rimase in piedi, col cuore che gli batteva forte forte. Nella sua inquietudine ricordava la storia dei fantasmi entro il fiume, la voce del condannato che diceva: testa di montone e si domandava se l'altro s'era offeso a torto od a ragione. Nella stanza udivasi solo lo stridìo della penna sulla carta aspra.

I due occhi rotondi e chiari fissarono nuovamente il condannato, e tornarono ad abbassarsi: Costantino trasalì, si guardò attorno, stette in ansiosa attesa.

L'uomo scriveva sempre. Il condannato si sentì battere il cuore con veemenza; mille pensieri bui, quasi direi afoni, deformi, gli passavano per la mente come una torma di nuvole incalzanti. L'uomo scriveva sempre. Ad un tratto, improvvisamente, nella mente di Costantino, quei mille pensieri bui, informi, svanirono come nuvole per dar posto ad uno splendore così abbagliante che faceva male.

— Che si riconosca la mia innocenza?

Era questo lo splendore. Passò, ma lasciandosi dietro una vaga luce. E l'uomo scriveva sempre, e continuando a scrivere domandò con voce alta e grossa:

— Vi chiamate?...

— Costantino Ledda.

— Di dove?

— Di Orlei in Sardegna, provincia di Sassari.