E Giovanna riponeva le sue cose lentamente, pensierosa. Ma tutti i suoi pensieri e le sue preoccupazioni erano per quegli stracci: ecco, le pareva che nella tela l'avessero un po' imbrogliata, il fazzoletto di tibet nero a grandi rose cremisi aveva le frangie troppo corte: in un nastro c'era una macchia. Ah, tutto ciò era ben grave!
Calava la sera, come l'altra volta, ma le cose intorno, e il tempo e il cuore, tutto era mutato. Tutto taceva.
La «camera dei forestieri» ora aveva una bella finestra dai cui vetri penetrava la luce viva e fredda del crepuscolo invernale. I mobili nuovi, ancora odorosi di legno verniciato, luccicavano lievemente di uno splendore biancastro, come velati di brina. La porta dava sulla loggia coperta, dalla quale una scala nuova, di granito, scendeva all'antico cortile. Tutta la casa era stata rinnovata. Il «Dottore» faceva affari. Possedeva uno studio nella parte più frequentata della città; era ricercatissimo tanto in civile come in penale; le cause più indiavolate, i delinquenti più vili, tutte le persone che maggiormente temevano i codici, s'affidavano a lui.
Giovanna finì di ripiegare, avvolgere, riporre le tele, le stoffe, i fazzoletti: la bisaccia era colma da ambe le parti, e la giovine la sollevò e la scosse perchè i pacchi calassero meglio a fondo. Poi si mosse, seria, le sopracciglia aggrottate; uscì e scese lentamente la scala, ficcando le mani entro due brevi aperture che la sua gonna d'orbace, come tutte le gonne dei costumi sardi, aveva sul davanti, dalla cintola in giù.
La sera di gennaio era limpida, ma freddissima: sul cielo d'un azzurro vitreo qualche stella argentea pareva tremasse di freddo. Attraversando il cortile, Giovanna vide, dietro i vetri illuminati della stanza da pranzo, il viso bianco e gli occhi ardenti di Grazia, che teneva in mano un giornale di mode. La fanciulla s'era fatta alta e bella: vestiva all'ultima moda, con quelle certe grandi ali di merletto, allora in voga, che si partivano dalla sommità delle spalle, dietro le maniche, costringendo le donne a passar di traverso in un uscio semi-aperto, ma in ricambio assomigliandole a tanti angeli non ancora decaduti.
Grazia vide l'ospite e la salutò con un sorriso, ma non si mosse. L'ospite entrò in cucina. Anche questo ambiente era stato rinnovato: le pareti bianche, i fornelli di mattoni lucidi, una lampada a petrolio pendente dalla volta.
Zia Bachisia non saziavasi di guardare intorno, coi due punti verdi brillanti nel suo viso giallo d'uccello rapace, cerchiato dalla benda nera. Ah, no, essa non era cambiata, la vecchia strega! Sedeva accanto al fuoco, vicino alla serva, una ragazzaccia poco pulita, scarmigliata, che rideva forte mostrando i denti sporgenti. Zia Porredda cucinava e sgridava la serva per quel suo modo di ridere. Ecco, la padrona cucinava e la serva sedeva accanto al fuoco e rideva. Che volete farci? miserie del mondo. Eppoi la brava donna non poteva stare un solo momento in ozio, sebbene ora fosse madre d'un avvocato di grido.
Giovanna si sedette lontana dal fuoco, un po' curva, sempre con le mani entro le aperture della gonna.
— Ecco — disse zia Bachisia, con accento d'invidia — questa cucina sembra una sala. Tu dovrai far accomodare così la tua cucina.
— Ah, sì — ella rispose distratta.