Si sollevò a tale vista il cuore del Sequi, balzarono in piedi i due profughi, e ridottisi col bravo ingegnere in una cameretta del Molino, lo abbracciarono come un fratello, mentre esso raccontava le vicende della giornata, le pratiche fatte, e la buona speranza di trarli da quelle strette mercè l'aiuto dei liberali di Vaiano e di Prato. Allora il Generale, chiamato il mugnaio, lo ringraziava dell'ospitalità ricevuta, lo pregava di fare accompagnare la comitiva col suo baroccio, e si disponeva a ricompensare quella buona famiglia recandosi in mano una borsa, dalle cui maglie trasparivano poche monete d'oro, una dello quali estrasse per darla al mugnaio; ma fosse per il fascino che il Generale sapeva destare sopra tutti coloro che lo accostavano, o fosse per l'espansione d'animo acquistata dal buon uomo mercè le copiose libazioni fatte a cena in onore dei suoi commensali, il fatto è che Pispola, per quanto fosse pregato, ricusò di ricevere il denaro, e dopo fatto approntare al figlio Ranieri il barroccio richiesto, salutò gli ospiti alla partenza con ogni maniera d'augurii per il loro felice viaggio.
Salirono nella vettura data dal Barni il Generale ed il Sequi, e sul barroccio il figlio del mugnaio col Barbagli ed il Capitano Leggero, e si avviarono verso Vaiano. Sapeva Garibaldi di essere aspettato a casa Bardazzi, e fece volentieri quella breve sosta per potere esternare all'ottima famiglia, e massime al capo della medesima Carlo Bardazzi, tutta la sua gratitudine per le cure prodigate in quel giorno a lui profugo; non vi prese cibo, ma in segno di aggradimento di quanto era stato preparato per lui e pel compagno accettò di bere. Fu stabilito di lasciare la vettura del Barni coll'incarico di restituirla al suo proprietario; i Bardazzi offrirono il loro baroccino, ma il Generale preferì un baroccio ugualmente di proprietà della famiglia, come tale da dare minore sospetto in qualsiasi incontro lungo la via. Così il Garibaldi ed il Sequi presero posto nel baroccio di Pispola, mentre il capitano Leggero ed il Barbagli erano sull'altro baroccio condotto dal giovane Bardazzi Vincenzo. Partirono da Vaiano dopo le 10 di notte, e seguitarono i due barocci fino al luogo detto Cammino di Spazzavento, dove fermate le vetture, il Sequi per ordine del Generale disse che in così bella serata si preferiva di continuare a piedi fino a Prato, ma in realtà fu così fatto per nascondere la vera meta del viaggio, cioè la Madonna della Tosse, luogo di convegno con Antonio Martini. Retrocederono le due vetture condotte da Vincenzo Bardazzi, e da Ranieri figlio di Pispola, e continuarono la via i due profughi insieme ad Enrico Sequi e a Giuseppe Barbagli, che conosceva ormai il nome illustre dei viandanti notturni pei quali aveva tanto faticato, pronto ora a fare di più se occorresse. Arrivarono dopo le undici al luogo convenuto, e tosto uscì dall'Albereta detta del Leonetti la vettura condotta da Gaetano Vannucchi, amico del Martini, da lui pregato di prestarsi a favore dei due profughi, di cui però non disse il nome, quantunque liberamente lo potesse, attesi gli onesti o liberali principi del giovane. Era nella vettura lo stesso Martini che per un atto di squisita delicatezza, e per sorvegliare esso medesimo l'impresa, era venuto ad incontrare i due proscritti. — Dista la Madonna della Tosse da Prato circa 5 chilometri, e vi si addita oggi il sasso dove Garibaldi si assise per pochi momenti. — Salirono tutti nella vettura, e seguitarono così fino presso la città, e quindi discesi, e dividendosi dal Vannucchi, entrarono nei campi, e per la sponda destra del Bisenzio raggiunsero la via ferrata che traversarono per introdursi nella Stazione. Stava quivi ad aspettare l'egregio capo-stazione Fontani, che per mezzo di una scala a piuoli fece salire i due profughi in una stanza remota. — Tutto questo succedeva a pochi passi dalla sentinella austriaca che stava di guardia dalla parte opposta del fabbricato. — Così è; l'amore di patria, la devozione, il coraggio di quattro patriotti convertiva la fazione del soldato invasore in guardia d'onore del Generale. — Questo avveniva dopo la mezzanotte del 26 al 27 Agosto.
Intanto correva il Martini, sempre a tutto previdente, ad accertarsi che il vetturino Vincenzo Cantini da lui noleggiato fosse per l'ora convenuta al luogo stabilito, ed il Sequi, disceso anch'esso insieme al Barbagli per la parte da dove erano venuti, entrò in città per la Porta al Serraglio, dicendo al custode suo conoscente essere in cerca di altro ingegnere, che però ben sapeva essere assente da Prato. Fece ciò allo scopo di eludere le future ricerche della polizia, che anzi andò fino alla casa dell'ingegnere, ove, come già sapeva, gli fu risposto essere a Firenze, e presa una vettura finse tornare a Vaiano, ma invece con un lungo giro fece capo di nuovo agli amici nella Stazione.
Tornò il Martini ad annunziare che tutto era in ordine per la partenza, e alle due antimeridiane lasciavano la Stazione il Generale e Leggero guidati dal Martini e dal Sequi, e raggiungevano la vettura che li aspettava presso la stanza mortuaria dietro le mura della città, e distante circa 100 metri dalla porta e dalla Stazione. Prima della partenza furono consegnate al Generale due lettere, di cui una dell'ingegnere Sequi per il dottor Pietro Burresi a Poggibonsi, l'altra di Antonio Martini per il suo parente Girolamo ministro al Bagno a Morbo. Nell'una e nell'altra si pregava ad assistere con ogni maniera d'aiuto i due profughi senza però declinare i loro nomi.
Pieni di affetto e di riverenza dall'una, di affetto e riconoscenza dall'altra parte furono gli addii. Prima di separarsi, dai suoi amici di Prato Garibaldi li abbracciò, li baciò con effusione, e disse loro queste testuali parole: «Arrivederci a tempi migliori.» Ringraziava e baciava il Leggero con eguale effusione, poi salirono nella vettura che tosto parti.
Ebbe la polizia sentore del fatto dopo qualche giorno, o fece arrestare, prima tutta la famiglia di Pispola, che come inconsapevole fu rilasciata, quindi l'ingegnere Enrico Sequi, sostenuto in carcere per qualche giorno, e liberato per mancanza di prove, tanto seppero i bravi patriotti accoppiare la prudenza all'ardire.
Nè è da trascurarsi un episodio relativo all'anello nuziale della povera Anita. Prima di separarsi dal Sequi volle il Generale mostrargli quale e quanta si fosse la sua gratitudine per lui, e toltosi dal dito un anello d'oro glielo consegnava dicendogli: «Questo è l'oggetto che io abbia più sacro al mando, poichè è l'anello nuziale della mia perduta Anita. A voi lo consegno, come pegno della mia gratitudine ed amicizia.» E il Sequi rispondeva commosso: esser troppo il dono per il poco fatto da lui; conserverebbe religiosamente il prezioso ricordo, per restituirlo al Generale quando la patria fosse redenta dalla schiavitù. — E il capitano Leggero volle lasciargli per sua memoria un pugnale americano da lui messo in opera nella difesa di Roma. Dopo 10 anni l'Italia era restituita a nazione. — Garibaldi colla leggendaria spedizione de' Mille aveva unita mezza Italia alla patria comune, e due anni dopo giaceva ferito al piede dalla palla d'Aspromonte. — Era in Pisa dopo la prigionia del Varignano, e il dottor Franceschini ed il Sequi si recarono a visitarlo; sennonchè i medici avevano inibita qualunque visita all'infermo. — Troppo doleva ai due amici il tornarsene senza aver veduto il Generale, onde il Sequi, toltosi dal dito l'anello di Anita, pregò l'ufficiale col quale aveva parlato di portarlo a Garibaldi insieme ad una sua carta da visita. — Condiscese l'ufficiale con indifferenza e forse peggio e dopo entrato nella camera del ferito, fu sentita la voce del Generale che diceva: «Fate che passi,» cui replicava l'ufficiale rammentando l'ordine assoluto dei medici, ma tacque alla replica tuonante: «Fate che passi, per Dio!» E l'ufficiale aprì senz'altro la porta, e così il Sequi e il Franceschini si trovarono in faccia all'Eroe, che memore del beneficio tendeva le braccia al Sequi, e gli diceva: «Venite, amico.» Il dottor Franceschini commosso piangeva dirottamente, e all'ufficiale che attonito restava immobile nel vedere quella scena inaspettata, si rivolse Garibaldi e gli disse: «Voi non volevate introdurre da me questo mio amico; questo è il mio salvatore, al quale diedi in ricordo l'anello di Anita, che voi mi avete rimesso, e che io gli restituisco.» Volle il Generale che gli fosse raccontato dalla bocca del Sequi il salvamento nella valle di Bisenzio, e fece accettare a lui ed al Franceschini una refezione nella stessa sua camera, e quando furono congedati con mille attestati di gratitudine, passando per l'anticamera si trovarono circondati da un gruppo di giovani garibaldini, che corsi alla notizia dell'accaduto, acclamarono nel modo più entusiastico ai due liberatori del loro amato Generale[3].