DOCUMENTO XXVI.
Relazione presentata al Consiglio dei Dieci il 24 settembre 1572 e letta l'11 ottobre da Vincenzo Alessandri, veneto legato a Thamasp re di Persia.
Dovendo io, secondo il comandamento fattomi ultimamente da Vostre Signorìe Eccellentissime, mettere in scrittura tutto quello che (oltre quanto per mie lettere ho scritto nel corso di ventun mesi passati, dal dì ch'io mi partii dai piedi di Vostra Serenità per andare in Persia, fino al mio ritorno) ho diligentemente osservato; non bisogna che s'aspettino da me, poco atto in tal professione, nè quella maniera di dire, nè quell'ordine che per avventura ricercheriano le cose che narrerò; ma che si contentino che, come meglio io potrò, e secondo che mi verranno a memoria, io le esplichi in carta: essendo per dar conto delli paesi e regni che si trovano nella Persia, dell'abbondanza e mancamento di essi, della natura dei popoli, della persona del re e qualità dell'animo suo, de' suoi figliuoli, del governo, della corte, del modo ed ordinamento di consigliare e risolvere le cose di stato e d'amministrar giustizia, delle entrate e spese del regno, del numero e qualità di quei sultani, che non vuol dir altro che signori principali della milizia, ed in somma di tutto quello che mi ricorderò, o che giudicherò degno della sua notizia, rendendo certe le Signorìe Vostre Illustrissime ch'io non dirò cosa che non abbia veduta, o che da relazione di diversi uomini degni di fede non mi sia stata detta con verità.
E per cominciare dal re di Persia, Elle hanno da sapere, come questo re, nominato Tamasp, viene per linea retta da Alì, genero che fu di Maometto profeta. Fu figliolo d'Ismaele I, il padre del quale si addimandava Caider, uomo di gran bontà e dottrina, e da loro tenuto per santo, dicendo aver predetto molti anni innanzi come il figlio doveva esser re, sebbene esso Ismaele s'impadronì del regno con poco timor di Dio facendo tagliar la testa al figlio del suo re; in che sebben la fortuna gli fu favorevole e prospera, ebbe però nel corso degli anni del suo regnare molti travagli dagli imperatori Ottomani, quali al suo tempo cominciarono a metter piede nelle fortezze principali del suo regno, come fece sultano Selim padre che fu di sultano Solimano, il quale s'impadronì di Carahemit, città di grandissima importanza e abbondante di tutte le cose necessarie, popolatissima e piena di molti artefici, e posta in bellissimo sito, sì che dove prima per natura era forte, ora per industria degli Ottomani è fatta fortissima: nella quale vi si tiene un bascià di grande importanza, dependendo da detto luogo molte terre e castelli, i quali erano tutti di detto Ismaele nel paese chiamato Diarbech. Ebbe Ismaele, oltre il presente re, che fu il primogenito, tre figli, cioè Elias Mirza, Janus Mirza e Bairan Mirza. Elias fu uomo di gran valore e di grande ardire, e nel tempo che si trovò in pace col re, prese Baracan, re di Servan, e le sue città e paesi, il qual regno è grande e d'importanza, ed è alle rive del mar Caspio. Restò questo regno tutto nelle mani del re suo fratello, il qual non avendo fatto niuna grata dimostrazione per l'acquisto di tanto paese verso di lui, fu causa che se gli inimicò, e si congiunse con gli Ottomani, e con grandissimo esercito levò sultan Solimano a danni del fratello, prendendogli molti paesi e principalmente la città di Irun, allora principal fortezza di Persia, lontana da Tauris sei giornate; per la qual cosa il detto re lo fece ammazzare, come fece anco di Janus Mirza, secondo fratello, dubitando che ancor egli non si sollevasse, essendo il terzo per innanzi morto di morte naturale: del quale è solo restato un figlio, il quale ha il suo stato in India; e desiderando il re dargli una delle sue figliuole, il fece chiamare; ma li popoli non vollero mai acconsentire che andasse a Casbin, dubitando che ad esso ancora non si facesse qualche dispiacere.
Li figliuoli di esso re Tamasp in tutti sono undici maschi e tre femmine, generati con diverse donne. Il primo si addimanda Codabend Mirza, di anni quarantatrè, buono, di natura quieta, nè si cura molto delle cose del mondo, contentandosi di un piccolo stato datogli dal re nel regno di Corassan; ed ha tre figli, il maggior dei quali è di età di quattordici anni, di bellissimo aspetto e di alto spirito e caramente amato dal re, sì per le sue virtù, sì per non aver dai figli altro nipote che questo. Ismael, secondo figlio, è di età di anni quaranta, di natura robusto, di altissimo animo, di gran cuore e desideroso di guerra, avendo in molte occasioni dimostrato il valor suo contro gli Ottomani, e particolarmente contra il bascià di Erzerum, poichè con poco numero di cavalli ruppe l'esercito di esso bascià, ch'era in gran numero, e se presto non si fosse ritirato, si sarebbe anco impadronito della città; e questa ritirata fu poichè Mirza Bech, primo consigliere del re, ed inimicissimo d'Ismaele, disse al re che conosceva essere nella mente di questo giovine troppo alti pensieri, avendo senza la licenza del principe radunato esercito, ed essendo entrato nel paese degli Ottomani: in tempo di pace, parendogli questi segni di poca obbedienza, mostrando anche al re alcune lettere mandate alli sultani per le provincie, invitandoli a sollevarsi alla guerra contro detti Ottomani, per il che si risolse il re, a persuasione di costui, di metterlo in castello con guardia di sultani e molti soldati, onde è già 13 anni e più che si trova prigione, e sebbene quest'anno se gli sono levate le guardie, non è però licenziato lui. Il re più volte, per gratificarlo, gli ha mandato donne bellissime, acciò che si trattenga, nè mai ha voluto assentire, dicendo che lui con pazienza sopporta l'esser prigione del principe, ma che gli saria stato di troppo gran peso vedere anco li figliuoli suoi prigioni, e che a schiavi non si convengono donne.
È il detto Ismaele sopra modo amato dal principe; ma il timore è grande vedendo esser lui ardentissimamente desiderato per signore da tutto il popolo, ancorchè li sultani mostrino essi ancora di temerlo molto per la sua troppo fiera natura. Per il che si fa giudizio, che succedendo al regno, egli potria riformare gran parte dei capi della milizia, e levarsi dinanzi tanto numero di fratelli, che gli hanno occupato gran parte del regno.
Sultan Caidar Mirza, terzo figlio del principe, è di età d'anni sedici, di piccola persona, ma di bellissima faccia e franco sì nel parlare come nel conversare, e nel vestire e cavalcare attillatissimo, e soprammodo amato dal padre. Si diletta di sentir ragionare di guerra, ancorchè mostri non esser molto atto a tale esercizio, per la troppo delicata e quasi femminile sua complessione. Fa prova d'ammazzare animali colle sue proprie mani, e molte volte, ancorchè le spade siano di eccellente lama, non gli può passar la pelle, avendolo io veduto a fare di simili prove e di poi restare pieno di vergogna, ed arrossire e prendere scusa, ora che le spade non tagliavano, ora che per compassione non gli ammazzava. È di buon intelletto, e per quell'età è assai grave: mostra intendere le cose di governo, e sapere come si reggono gli altri principi del mondo. Sultan Mustafà, Emirkhan, e Gemet Mirza, sono tutti tre tra li quattordici e quindici anni: sono di buona indole, e mostrano grande ingegno; gli altri sono fra li dieci e undici anni, e stanno a Corassan ad imparar lettere, da un piccolo in poi di età di quattro anni, il quale è appresso il re, per esser secondo quell'età, accorto e molto piacevole. Le figliuole sono tutte maritate in parenti con dote di gran stati.
Il re è in età di sessantaquattro anni, e del suo imperio cinquantuno, essendo stato eletto di tredici anni. È di statura mediocre, ben formato di corpo, di faccia alquanto scura, di gran labbri e barba, ma non molto canuto, di complessione piuttosto malinconica che altrimenti, conoscendosi ciò per molti segni, ma principalmente per non essere uscito del palazzo in dieci anni pur una volta, nè a caccia, nè ad altra sorte di piaceri, il che è di molto mala soddisfazione al popolo, il quale secondo l'uso di quel paese non vedendo il suo re, non può se non con estrema difficoltà dire i suoi gravami, nè possono esser suffragati nelle cose di giustizia: per il che, giorno e notte gridano ad alta voce dinanzi alle porte del palazzo, quando cento e quando mille alla volta, che gli sia fatto giustizia, ed il re sentendo le voci comanda per l'ordinario che siano licenziati, dicendo esser nel paese li giudici deputati che faranno giustizia, non considerando che quelle querele sono contro li giudici tiranni e contro li sultani, i quali per l'ordinario stanno alla strada ad assassinare la gente, come per molti casi da me veduti e uditi mi sono accertato; e come la Serenità Vostra è per intendere.
Nella città di Massinuan furono presi alcuni assassini, i quali avevano ammazzati alcuni mercanti, e toltogli le robe; i presi furono menati alla giustizia. Il giudice, venuto in luce del tradimento, si fece portare il furto, poi licenziò li delinquenti, tenendo una parte delle robe per lui, e l'altra mandando a Casbin ad alcuni sultani in presenza dei padroni di esse robe. E andando io alla corte ogni giorno, li vedevo a stracciarsi i panni, montar gridando per le mura del palazzo e dire ad alta voce al re che cosa egli faceva, e da che causavasi che egli non volesse rimediare a tanta ingiustizia. Per il che furono molte volte ben bastonati, e con le pietre fatti saltar giù dalle mura, nè mai fu loro possibile essere uditi. Oltre di questo, nella città di Tauris, sedici ladri armati con archibusi scalarono di notte il principal fondaco di quella città, il quale si chiama Kan del signore, dove vi erano da quaranta mercatanti; e sapendo i ladri che tra gli altri, Achmet celebre mercante d'Algeri si trovava buona quantità di danari contanti, ruppero le porte della camera del detto Achmet, e lo ammazzarono, pigliando trenta tomani, che fanno sei mila scudi, oltre alcune verghe d'argento e altre robe; ed essendosi mossi li mercanti per la difesa del fondaco, furono colle archibugiate fatti ritirare nelle stanze. Pochi giorni dopo, vicino alla casa dove io ero, fu dalli medesimi ladri, la notte con lanterne, assaltata la casa di un Armeno, e toltigli quattro colli di seta, e per quello si disse fu veduta la detta seta in casa del sultano di Tauris; e sebbene di tutte queste cose se ne siano fatte querele alla corte e trovati li ladri, non si è perciò proceduto per via di giustizia contra di loro, mostrando il re di non curarsene punto. Oltre di questo, un mercante Turco, chiamato Kara Seraferin, usato anco a venire in Venezia, essendo in Casbin in un fondaco, ed avendo inteso i Kurdi, i quali sono quelli che guardano la persona del re, essere detto mercante ricchissimo, presero occasione di fargli un pasto, e trattenerlo tanto, che li compagni, li quali aveano tolta una bottega affitto contigua a detto fondaco, ruppero il muro, ed entrorno dentro, e gli rubarono dodici mila ducati contanti. Il detto mercante tornato alla stanza subito si avvide del fatto, ed andò alla porta del palazzo, ed avendo amicizia di molti sultani, fu introdotto dal re; e querelando i detti Kurdi che lo avevano invitato, come consapevoli di questo fatto, il re fece chiamar li Kurdi, li quali negorno; ed instando il mercante che fossero messi in prigione, e preso il loro costituto separatamente, il re disse che l'averia fatto per contentarlo, ma caso che detti colpevoli non avessero confessato, avria poi fatto tagliar la testa a lui; il quale, di ciò dubitando, non volle altrimenti continuare l'espedizione della causa. Ma pochi giorni dopo, coll'occasione di un giovine avendo scoperto come detti Kurdi avevano fatto il furto, fece il mercante esaminare li testimoni per il giudice della città di Casbin, e presentò il loro detto al re con quattrocento ducati di dono, acciò fosse spedito presto da sua maestà. Il re mandò per li detti Kurdi, ai quali furono trovati li danari avendone spesi pochi, e comandò che detto denaro fosse posto nel tesoro, ordinando che il detto Cara Seraferin non gli fosse più introdotto innanzi. Questo fatto diede grandissima occasione a tutte le genti di ragionare, e di dolersi della poca giustizia del re, benchè ogni dì si veda seguire di simili effetti, curandosi egli poco di sentire i suoi sudditi per tal causa lamentarsi; ed un giorno il re disse ad un vecchio Kurdo suo buffone, quale dormiva nell'anticamera, d'aver quella notte dormito assai bene, avendolo sentito cantare; al che il buffone rispose che non sapeva che il suo canto avesse forza di addormentare sua maestà, perchè quando l'avesse saputo non averia mai aperto la bocca, acciocchè anche ella stesse svegliata a sentire li pianti e li lamenti che tutta la notte facevano li poveri suoi sudditi, per cagione degli assassinamenti fattigli per le strade e per le terre proprie, dicendo che nel libro delle querele da otto anni in qua vi eran scritte più di diecimila persone, ch'erano state ammazzate. Questo dispiacque molto al re, il quale con alterazione d'animo disse, che bisognava prima fare appiccar lui e li suoi compagni, dalli quali venivano tutti li mali, intendendo delli Kurdi; e ciò non è maraviglia perchè non gli dando le loro paghe, sono forzati andare alla strada, e fare di simili altri effetti, tanto più quanto che vedono che in materia delle cose di giustizia, come ho detto, il re non prende alcuna cura, o pensiero. Da ciò avviene che per tutto quel regno sono mal sicure le strade, e nelle case si corra anco di gran pericoli, e li giudici quasi tutti dalla forza del denaro si lasciano vincere.