La ricompensa che il detto re dà agli schiavi che lo servono, da quindici sino all'età di venticinque in trenta anni, sempre con le barbe rase, è l'imprestar loro, a chi trenta, a chi cinquantamila ducati, al venti per cento, a chi per dieci, ed a chi per venti anni, ricercandone egli però il frutto d'anno in anno. Essi poi prestano a sessanta e ottanta per cento ai signori della corte che stanno in aspettazione di aver dal re gradi e governi, con buone cauzioni di possessioni e stabili, e caso che quelli che hanno preso il denaro nel fine dell'anno non si compongano con quelli che l'hanno dato del capitale o del prò, senza altro protesto gli vendono le case o possessioni, nè vi è altro rimedio a riaverle.
La ricompensa del servizio de' nobili sono i gradi della corte, come centurioni e capitani alla guardia del re, e sultanati che s'intendono essere governi delle provincie. Questo è quanto appartiene al servizio della persona del re.
Il consiglio veramente è un solo nel quale non vi è altro presidente che esso re, con intervento di dodici sultani, uomini di esperienza e d'intelligenza nelle cose e governo di stato; sebbene questo numero è alternato da quei sultani che di tanto in tanto vengono alla corte, ed entrano tutti in consiglio ogni giorno, eccetto quando il re va al bagno e quando si taglia le unghie. L'ora del ridursi, sì l'estate, come lo inverno, è dalle ventidue ore in poi, e stanno ridotti secondo le materie che si trattano, fin tre, quattro, cinque, sei, e sette ore di notte. Siede il re sopra un divano non molto alto da terra, e dietro alle sue spalle siedono li figliuoli quando si trovano alla corte, alla quale ordinariamente interviene sultan Caidar Mirza, che è come luogotenente del re, nè si parte da esso. All'incontro della faccia di esso re, siedono li sultani consiglieri per età, e dalla parte destra e sinistra siedono li quattro grandi consiglieri da loro chiamati visiri. Il re propone le materie e sopra esse discorre, dimandando il parere dei sultani ad uno ad uno, e secondo che dicono le loro opinioni si levano dal loro luogo, e vengono appresso il re, e siedono, parlando con voce alta, di modo che possino essere intesi dagli altri sultani, e nel corso del ragionamento, il re, se sente qualche ragione che gli piaccia, la fa notare alli gran consiglieri e molte volte la nota di mano propria; e così a mano a mano secondo che il re chiami i Sultani vengono a dire le loro opinioni. Il re ora risolve le cose del primo consiglio, quando non ha dubbio delle materie che si trattano, ora si fa portare le ragioni di tutto il consiglio, e da lui le considera e poi si risolve. Nel numero di questi sultani del consiglio entra anco il capitano della guardia del re, che sebbene non è sultano, è però nobile, ed uscendo di quel grado entra sultano. Li gran consiglieri non hanno voce, nè ricordano cosa alcuna, se dal re non sian dimandati; li quali sebben sono onoratissimi e molto stimati, non possono però ascendere al grado di sultani, nè di altri servizj pertinenti alla guerra ancorchè fossero nobilmente nati. La carica veramente è piuttosto di genere virtuosa che nobile. Mentre che il consiglio sta ridotto ogni notte, vi stanno anco le guardie di trecento Kurdi armati, li quali, licenziato il consiglio, non si partono, ma dormono lì per guardia del re.
Parendomi aver sin qui detto a sufficienza della corte di questo re, parlerò ora della grandezza del suo stato, e qual sia il modo del governo delle provincie e regni che in esso si trovano, considerando le metropoli, e come è amato esso re dai popoli abitanti nel suo paese. Confina il paese posseduto dal re di Persia da levante con l'India, ch'è tra il fiume Gange e Indo; da ponente col fiume Tigri, che divide la Persia della Mesopotamia, ora detta Diarbech, il qual fiume correndo sino alli confini di Babilonia, entra nell'Eufrate, ed uno istesso alveo corrono tutti due per Bassora, e sboccano nel mar Persico verso il mezzodì; da tramontana col mar Caspio e colla Tartaria del gran Khan del Catai.
Nel detto paese vi sono numero cinquantadue città, e le principali di esse sono: Tauris, metropoli di tutto il regno, Casbin, Erivan ed altre, le quali ad una ad una non nominerò, ma dirò solo che non ve n'è pur una in tutto il regno che sia murata, ma tutte sono aperte; le fabbriche sono bruttissime, e le case tutte di loto, cioè fango e paglia tagliata mescolata insieme, nè vi sono moschee nè altro che possa render vaghe dette città, ancorchè per l'ordinario i siti siano bellissimi. Le strade sono brutte per la quantità della polvere, e malamente vi si può andare, e conseguentemente l'inverno vi sono fanghi estremi.
Vi è grandissima abbondanza di grani per l'ordinario, ancorchè non piova se non rare volte; ma usano di condur l'acqua a bagnare i campi una settimana in una parte, ed una settimana in un'altra; ed a questo modo vengono a dar tant'acqua alle biade e vigne quanto basta. E nelle ascese, ed altri luoghi, dove le acque non ponno esser tirate, se ne servono di prateria. Vi è anco quantità grande di carnaggi, e sopra tutto di castrati, e di tutta grassezza, ed io ho veduto in Tauris più volte pesar le loro cosce dieci buttuarie, che sariano quaranta delle nostre libbre. Contuttociò sono assai care rispetto alla quantità grande che ve n'è incredibile, e tale che non pare che debba mai spedirsi, eppure si vende; e ciò avviene perchè non credo che sia nel mondo nazione che mangi più delli Persiani: essendo ordinario che tutti i vecchi non che li giovani, mangino quattro volte al giorno, e ciò per causa dell'acque, che essendo perfettissime, ajutano la digestione.
Sono li Persiani piuttosto genti povere che altrimenti. Nelle città e ville non usano molti adornamenti. Dorme ognuno in terra, e quelli che sono in qualche condizione usano lo stramazzo sopra tappeti, gli altri un feltro semplice. Le donne sono per l'ordinario tutte brutte, ma di bellissimi lineamenti e nobili cere, sebbene i loro abiti non sono così attillati come quelli delle Turche. Usano però di vestire di seta, portando in testa il caffetano, lasciandosi veder la faccia a chi esse vogliono, e a chi non vogliono l'ascondono, e portano sopra la testa perle ed altre gioje; e di qui avviene, che le perle sono in gran prezzo anco a quelle parti, non essendo molto tempo che si sono cominciate ad usare.
La riverenza e l'amore che da tutto il popolo di questo regno vien portato al re, non ostante le cose già dette per le quali pare dovrebbe essere odiato, è incredibil cosa: perchè essi, non come un re, ma come Dio lo adorano, e ciò procede perch'egli viene dalla linea di Alì, loro santo principale; e quelli che si trovano in malattia o altra disgrazia, non chiamano tanto in ajuto il nome di Dio, quanto fanno il nome del re, facendo voti, o di portargli qualche dono o di venire a baciar la porta del suo palazzo, e si tien felice quella casa che può aver qualche drappo o scarpe di esso re, dell'acqua dove esso si è lavato le mani, usandola contro la febbre; per tacere altre infinite cose che si potriano dire in questo proposito. Dirò bene che non pure li popoli, ma li figliuoli stessi e sultani ordinariamente quando parlano con lui, parendogli non poter tenere epiteti convenienti a tanta altezza, gli dicono: tu sei la nostra fede, e in te crediamo. Così si osserva nelle città vicine sino a questo segno di riverenza; ma nelle ville e luoghi più lontani molti tengono che egli, oltre avere lo spirito profetico, risusciti i morti, e faccia di altri simili miracoli, dicendo che siccome Alì loro santo principale ebbe undici figli maschi, che così anco questo re ha avuto dalla maestà di Dio la medesima grazia di undici figli come Alì.
Vero è che nella città di Tauris non vi è tanta venerazione come negli altri luoghi, e per questo si dice ch'egli si sia partito di là e andato a stare a Casbin, vedendo di non essere secondo il genio suo stimato, per rispetto che la detta città è divisa in due parti, le quali si chiamano, una Kamitai, e l'altra Ermicai; nelle quali fazioni sono nove capi di sestieri, cinque in una e quattro nell'altra, dai quali dipendono tutti li cittadini. Queste fazioni per il passato erano molto discordi, ed ogni giorno si ammazzavano, nè bastava al re ed altri il rimediarvi, per esser fra esse parti discordia, ed odio antico di più di trecento anni, e certo si può dire che piuttosto essi capi di sestieri siano signori di detta città, che il re proprio. Ora sono in pace e uniti; ed a questo proposito non voglio lasciar di dire alla Serenità Vostra, che essendo nel principio della loro quaresima montate le carni un poco più del prezzo ordinario, andorno questi capi al palazzo del sultano, ed ammazzorno tutti li ministri, e se il sultano avesse fatto moto alcuno, sarebbe anch'egli stato ammazzato, e per quei ministri che non si trovorno presenti, andorno li sollevati alle case loro, gettando le porte a terra, e gli ammazzarono e portorno le teste sopra il palazzo, non curando far questa operazione più di giorno che di notte, nè a ciò si può rimediare rispetto all'umor loro. Vero è che da essi non si è mai sentito che sia nata alcuna cosa inonesta contro il particolare; e solo per il passato hanno ammazzati delli sultani, per conservare una certa loro libertà ed alcuni loro privilegi antichi. E per esser detta città, come ho detto, metropoli di tutto il regno, parmi di dire alcuna altra cosa di essa.
È posta essa città per dir il tutto della medesima, sopra una gran pianura, poco lontana da alcuni monticelli, essendogli vicino un colle dove anticamente vi era un castello, come si vede dalle ruine che vi sono al circuito. Questa città ancorchè non abbia muraglia, è di quindici miglia e più, ed è in forma lunga, onde che da un luogo che si addimanda Nassar fino all'uscir della città verso Casbin, vi è quasi una piccola giornata di cammino e vi sono però infiniti giardini, e luoghi vacui. Le contrade sono quarantuna e per ogni contrada vi è un bazaro, di modo che si può dire che in ogni contrada vi sia una piccola terra abbondantissima, ma sopra tutto di cose magnative. L'aere è felicissimo, sì d'inverno come di estate. Li frutti superano di bontà e di bellezza quelli di qualsivoglia altro paese. La città è mercantile, concorrendo in essa le merci e caravane d'ogni parte del regno; ma ora il negozio della mercanzia patisce molto, rispetto alle cose della guerra che la Serenità Vostra ha con il Turco, perchè dove due colli di seta, della quale il paese è abbondantissimo, valevano quattrocento e più zecchini, si vendono meno di duegento. Le spezie che vengono per via di Ormuz, non vi è persona che le guardi, perchè il suo corso ordinario era in Aleppo; ora non vi essendo in che contrattarre, restano abbandonate da qualche parte in poi, che vengono condotte a Costantinopoli stessa, e di là in Bogdania, spargendosi per la Polonia, e di là in Danimarca, Svezia ed altri luoghi; ma sono tanto grandi le spese, che li guadagni riescono piccolissimi, se però non vi si perde; avendone fatta la prova alcuni Armeni ch'io vidi in Tauris; e tanto più si verranno a raffreddare tutti i negozi, quanto che un gentiluomo inglese addimandato il signore Tommaso da Londra, venuto in detta città con molte facoltà di pannina per via di Moscovia, sotto nome di ambasciatore della regina, essendo venuto a morte, il sultano di Shirvan gl'intertenne tutte le robe, per il che li compagni ch'erano con lui convennero spendere gran quantità di danari per riaverle, sicchè per questa causa non si deve sperare che da quelle parti le faccende abbiano a continuare. Nel regno di Corassan si lavora di panni di seta, e specialmente di velluti, li quali possono stare al paragone delli genovesi e d'altri luoghi. Lavorano delli rasi e damaschi con quella bellezza e polizia che si sogliono fare in Italia e sono a buon mercato.