Dimandato in che modo vien mantenuto tanto tempo così grande esercito, rispose: l'imperatore è molto grande ed ha tesori; ma l'esercito si vale dell'abbondanza del paese, et delli danni che fanno ai Turchi, et delli tesori che si hanno guadagnati; e poi anco quando tutto manca se ne tuol ad imprestito, et quei re che ho detto di sopra tutti aiutano; et come ho detto questo è il terzo anno che li sultani hanno giurato di continuar la guerra et di non lasciar la spada per 15 anni. Dimandato quello che si intende di Mustafà, rispose che si diceva che il sig. Turco li aveva mandato sei capigi, perchè el voleva che el rendesse conto che avendogli lui persuasa la guerra et partitosi con un esercito così florido e con tanti tesori et tanta artilleria, quello che ha fatto et in che modo ha impiantato Osman bassà in quel paese di Circassia. Che Mustafà avendo inteso oltre questo che el suo signor voleva mandar un altro in luogo suo disse: che quanto alli tesori se sono andati, saranno andati del suo; et perchè l'era chiamato a Costantinopoli pregava ch'el si lasciasse ancora un anno perchè el non voleva morir d'altra spada che de' Persiani. Dimandato se in questi tempi è stata mai trattazione alcuna de pace, rispose: che essendo stato persuaso al re di Persia da Mustafà a mandar persone per trattare la pace, mandò un suo uomo in quel tempo che successe la morte di Mehemet bassà, il quale arrivò a Scutari, et fece intendere ad Achmet bassà, che el suo re a richiesta de Mustafà l'aveva mandato a dirgli, che li pareva cosa ingiusta continuare a spander tanto sangue di monsulmani: che però quando gli fosse restituito il suo passo esso leveria le offese; et questo huomo fu scacciato via dai Turchi, et che lo volevano anco offendere, et che Achmet disse che ambasciator no porta pena, onde fu scacciato via.

Fo data la lettera scritta in persiano ad esso chogia Mehemet et li fu detto che el dica chi scrive questa lettera. Rispose: Emir khan che un signore in Tauris come saria a dir vicerè, signata dal suo segretario. Gli fu poi detto che la traducesse in turco, così presala e lettala cominciò a dire:

« Molti saluti a voi, gran signori di Venetia. Quello che fu mandato da vostre altezze, chogia Cabibulà lo ha conosciuto, così noi abbiamo mandato alla vostra felicità chogia Mehemet per significarvi, come noi continuiamo nelle promesse et nella fede che dessimo, così desideramo che ancor da voi ne venga un segnale; piacendo alla Maestà di Dio, solo signor del mondo, speramo di castigar quei scellerati, nè li lasceremo per il corso di 20 anni fuori delle nostre mani, et con lasciarvi con perpetue salutazioni ».

Dimandato che el dia el giorno della lettera, rispose: che può essere da sei mesi, ma che nella lettera non si trova il tempo. La lettera in turco fu lasciata all'Alessandri, che la traduca con comodità[173] per esser ormai l'ora tardissima. Et fu domandato il detto Mehemet del modo con il quale aveva portate dette lettere rispose: Dopo che io baciai le mani a quei signori che mi diedero le lettere, mi messi in una carovana di 200 persone, et feci la via di Van, havendo legato le lettere nei mazzi di seta. Venni a Tokat, e da Tokat in Brussa, dove giunto trovai che le sete valevano assai, et però io le vendetti là et salvai il solo collo che aveva le lettere, et tornai a cavallo con diligenza a prenderne delle altre. Et dimandato perchè si messe a pericolo di discompiacer al re col perder tanto tempo rispose: l'ho fatto perchè li miei compagni tutti vendevano, et se non l'havessi fatto avriano detto: che vuol dir che costui non le vende, potendo avanzar tanto; e poteva entrar sospetto. Io incontrai altri che venivano per il medesimo viaggio, et comperai da loro le sete, con le quali sono venuto a Gallipoli, et da Gallipoli passato per la via di Narenta a Venezia; et disse che a Sarnizza furono aperte alquante balle di seta della carovana, per vedere se vi era alcuna cosa dentro, et non li trovarono alcuna cosa, et non havendo trovato niente gli mangiorno 20 talleri. Interrogato se ha compagni con lui, rispose che ha un figliuolo di suo fratello, et che sono 5 uomini computato il servitore; ma che nessuno nè anco suo nipote sa alcuna cosa perchè li va la sua testa. Dimandato dove sono alloggiati rispose in una corte a san Zuanne Novo nelle case di cha Zen. Dimandato se essendo la guerra in Persia lasciano andar le mercanzie su e giù rispose: a' mercanti da nessuna delle parti viene facta ingiuria nè nelle persone, nè nelle robe; et vedendo che erimo per licenziarsi si levò in piedi et fece oration, secondo il suo uso, et disse: Io son venuto qua per servitio del mio re, et prego Dio per la sua felicità et anco per la vostra; al che gli fu risposto, che se gli useria in questa città ogni cortesia et favore; et esso ringratiò che el se avesse fatto venir in questo luoco secretissimo « perchè essendo condotto in palazzo alla presentia del principe a dir quelle poche parole che dissi, me tremava le gambe ».

Espositioni Ambasciatori 1580-83.

DOCUMENTO XXIX.


1600, 8 giugno.

Avendo il Nores dragomano della lingua turca, fatto sapere che era giunto in questa città un Persiano con sei ovvero otto in compagnia, soggetto di stima e di molta grazia appresso quel re, e che desiderava far riverenza a S. S.tà fu dato ordine che per oggi fosse introdotto nell'ecc. Collegio dove venuto fu fatto sedere sopra gli ill.mi sig. Savj di Terraferma; ed interpretando lo stesso Nores disse il persiano: che il suo potentissimo re lo aveva mandato in questa nobilissima gran città, e commessogli di presentar le lettere sue e baciar la mano a S. S., la qual inteso questo tanto rispose: che la sua persona era ben veduta e che si sentiva piacere del suo salvo arrivo dopo così lungo viaggio, e che le lettere si riceverieno con gratissimo animo, desiderandosi ogni bene al suo signore. Replicò il Persiano che rendeva molte grazie della amorevole volontà che se gli mostrava, e che essendo il nome veneziano non solo amato, ma riverito grandemente nel suo paese, abbracciandosi e favorendosi in tutte le cose li mercanti che vi capitano, desiderava il suo signore che continuassero ad andarvi, e che all'incontro fossero protetti e favoriti quelli che venissero di là. Disse S. S. che si era ben certi dell'ottima volontà del suo re verso le cose della Repubblica, che se ne teneva molto conto con una perfetta corrispondenza e con vivo desiderio di ogni sua prosperità, onde poteva ognuno rendersi sicurissimo che li sudditi di sua maestà saranno sempre ben veduti. Allora il Persiano soggiunse: che essendo venuto con diverse robe del suo re, per contrattarne e comperarne altre in questa città, come quello che ha la cura principale di provvedere le molte cose per servigio della casa sua, desiderava due grazie: l'una che avendo bisogno per lo stesso servizio di far tingere certi panni di alcuni colori che si usano in Persia, e per quanto intende sono proibiti in Venezia, supplicava gli fosse concesso di farli tingere a modo suo, e l'altra che avendo fatta elezione di due senseri per smaltire le suddette sue robe e comprarne d'altre, desiderava che questi fossero chiamati, ed ordinatoli che procedessero con diligenza e sincerità affinchè egli potesse spedirsi presto.