[13]. La cronologia del trattato è definita dai nomi dei consoli (L. Giunio Bruto e M. Orazio) dell’anno, che Polibio lesse nel trattato medesimo, e non v’è un solo argomento che possa far dubitare della sua autenticità. Questo documento s’ingrana perfettamente nella storia primitiva di Cartagine e di Roma repubblicana. Polibio inoltre lo cita per visione diretta del testo originale che dovette faticosamente interpretare; ed in questa esposizione dei rapporti diplomatici romano-cartaginese, egli è troppo preciso e circostanziato, perchè si abbia a dubitare di errore alcuno. Tuttavia i critici tedeschi contemporanei, e al loro seguito taluno dei più recenti studiosi italiani di storia antica hanno dubitato del documento e della sua cronologia; altro esempio di quella mania di revocare in dubbio, a furia di argomentazioni logiche, i fatti meglio accertati, che è propria di tanta parte nella critica storica tedesca o tedeschizzante dell’Europa contemporanea. Cfr. le assennate osservazioni di A. Pirro, Il primo trattato fra Roma e Cartagine (in Annali della R. Scuola normale superiore di Pisa, 1892).

[14]. Dionys. Hal., 6, 95.

[15]. Che l’elezione dei tribuni della plebe spettasse in origine ai comizi curiati è esplicitamente e indubbiamente affermato da Cic., Pro Corn., fr. 24, ed.; Dionys. Hal., 6, 89; 9, 41.

[16]. Cfr. Dionys. Hal., 9, 41.

CAPITOLO TERZO LA DISTRUZIONE DI VEIO E L’INCENDIO DI ROMA

(fine del V sec.-367 a. C.)

14. La guerra contro Veio. — A questo punto, sul finire del V secolo, e quasi all’improvviso, la repubblica, che dalla sua fondazione si è tenuta sulla difesa, passa all’attacco. Per quali ragioni? E perchè assale Veio?

Non è dubbio che un secolo di guerre continue contro i Volsci e gli Equi, quasi tutte combattute per difendersi e perciò senza frutto, avevano stancato il popolo romano. Non si potrebbe, se no, spiegare come in questi tempi i tribuni della plebe osassero così spesso fare opposizione al senato, incitando la plebe a rifiutare il servizio militare; e come accusassero così spesso e volentieri i patrizi di andar attaccando briga con tutti i vicini, per logorare con le guerre la plebe e dominare sicuri, mentre vera guerra da combattere non era che tra patrizi e plebei. Queste accuse e questi lamenti dicono chiaro che questi cittadini, obbligati a servire gratuitamente, erano stanchi di combattere sempre in guerre di difesa, nelle quali tutt’al più si riusciva, quando le cose andavano bene, a non perdere il proprio. Il senato doveva dunque tentare, appena potesse, una di quelle lucrose guerre di conquista, che per gli antichi erano, ancor più che la difesa, la giustificazione vera dei carichi militari, imposti a tutti i cittadini. Ma se è facile rendersi conto del motivo che spinse il senato all’impresa, è possibile spiegare per quale ragione il senato posò gli occhi su Veio?

Roma e Veio avevano già parecchie volte incrociato le spade. Le prime ostilità tra Veienti e Romani risalgono, secondo una tradizione non scevra di verisimiglianza, alla monarchia. Romolo avrebbe strappato ai Veientani le saline poste alle foci del Tevere e una parte del territorio trasteverino, là dove pose sua stanza una delle più arcaiche genti romane, i Romili; Anco Marzio, la Selva Arsia, ricca di buon legname per navi. Fece in seguito Veio parte dell’impero etrusco, a cui Roma presiedè sotto Tarquinio Prisco e i suoi successori? È probabile. Certo è che, caduta la monarchia, Veio partecipò, e con proprio vantaggio, alle guerre dell’Etruria contro Roma; che dal 474, per circa quaranta anni, regnò tra le due città una pace, che sembra essere stata imposta da Veio; e che questa pace fu rotta di nuovo tra il 437 e il 425, quando nacque guerra tra Fidene e Roma e Veio corse ad aiutare Fidene. Fidene era, dopo Roma, la città più importante edificata sulla riva sinistra del Tevere; aiutando Fidene, Veio volle disputare a Roma il dominio totale del basso Tevere: ma i Romani avendo vinto e, Fidene essendo stata distrutta, la pace fu di nuovo conchiusa nel 425 con una tregua di 20 anni, ma questa volta a danno e a spese di Veio, che ormai, distrutta Fidene, venne a dipendere, per la navigazione del Tevere, da Roma. Se un popolo, che va in cerca di conquiste e di gloria, facilmente volge le sue mire verso un avversario già vinto, le ambizioni e le cupidige di Roma furono, allo scadere della tregua, incoraggiate ai danni di Veio dal precipitare della potenza etrusca. Già minacciata a mezzogiorno dalle fiorenti colonie greche della Sicilia, dell’Italia meridionale, e dalle irruzioni dei Sanniti in Campania, la potenza etrusca era da qualche decennio minacciata nell’Italia settentrionale da una invasione di popoli barbari, per quanto affini, per lingua e per origine, a molte parti degli antichi abitatori dell’Italia: i Celti o Galli che, venuti dal nord, occupavano sullo scorcio del secolo V una vasta parte dell’Italia settentrionale, e avevano ridotto di molto il dominio degli Etruschi, dei Veneti, degli Umbri. In quel momento dunque Veio, se Roma l’assalisse, non avrebbe potuto sperare aiuto dalle altre città etrusche.

È pure probabile non fosse estraneo all’impresa il proposito di riconquistare una parte di quell’Etruria, che già aveva appartenuto a Roma, e che l’oligarchia patrizia aveva perduta. Ma uno dei motivi più forti, se non il più forte addirittura, fu di sicuro la ricchezza dell’agro veientano. Le grandi famiglie dell’ordine senatorio e le ricche famiglie plebee avevano conservato sino ad allora il privilegio di prendere in affitto la maggior parte delle terre dello Stato: e non tanto forse per un’altra prepotenza a danno degli umili, quanto per una ragione di ordine economico. I demani della repubblica, fossero boschi o terre coltivabili, si componevano di vasti possessi, posti lontano dalla città, che non potevano essere sfruttati se non da famiglie provviste di mezzi ed in grado di aspettare a lungo i frutti dei capitali investiti. Del resto, solo con questi affitti, l’aristocrazia partecipava ai guadagni delle guerre vittoriose, perchè della preda mobile, come abbiam visto, la parte che non era distribuita ai soldati, era versata all’erario. Il privilegio poteva sembrare, sino a un certo punto, giustificato da ragioni di equità. Se Roma dunque riuscisse a prendere e a distruggere Veio, a catturare e a vendere schiavi la maggior parte dei suoi abitanti, tutto l’agro veientano passerebbe alla repubblica e potrebbe essere affittato alle ricche famiglie patrizie e plebee, che lo avrebbero coltivato con grande profitto per mezzo di schiavi.